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Il momento tanto temuto è arrivato…

Il 24 gennaio 2014, alle ore 8 ero seduta nella solita, scomoda, impersonale stanzetta dell’ospedale in attesa che mi chiamassero per l’amniocentesi. Dopo aver appurato che la mia gravidanza era una monocoriale biamniotica (una sola placenta, due sacche, gemelli uguali), avevo deciso di sottopormi all’analisi. I dottori sono in ritardo. Cerco di leggere una rivista, di navigare un pò in internet, ma la mia mente è altrove. Penso ai miei cuccioli, che dormono beati, ignari di ciò che sta per accadere. Li avevo già sentiti muoversi: piccole scosse sottocutanee. Gioia allo stato puro. Ecco che chiamano il mio nome. Mi alzo come un condannato a morte, una sorta di dead man walking, con Andrea al mio fianco che mi sorride. Andrà tutto bene, vedrai. Speriamo, penso io. Lo dico, lo ripeto, come una sorta di mantra porta fortuna. Un hare krishna occidentalizzato fuori luogo. Nelle settimane che hanno preceduto l’amniocentesi avevo chiamato un’amica lontana, Fabiana, chiedendole consiglio. Sapevo che lei l’aveva fatta. Mi rassicurò dicendomi che sarebbe andato tutto bene, solo di non guardare mai il monitor e di farmi accompagnare da mio marito. L’ho pensata spesso, Fabiana, in quei momenti. Mi ha dato una forza incredibile con la sua voce calma, pacata, la sua tranquillità di chi sa, di chi ha già provato.

Entriamo nella solita sala ecografia. Mi stendo sul lettino. Ho freddo, tanto freddo. Poi mi rendo conto che il gelo che provo è interiore, non reale. Anzi, le finestre sono aperte, il riscaldamento al massimo. Iniziano con un’eco normale, per vedere come sono posizionati i feti poi, rassicuranti, mi dicono come tutti di stare tranquilla, che andrà tutto per il meglio, bla bla bla…

Non li ascolto nemmeno, comincio a pregare. Non ho mai pregato tanto in tutta la mia vita come durante i mesi della gravidanza. Tirano fuori un ago, lunghissimo. Oddio, penso, mi trapasseranno, li uccideranno entrambi.

Il dottore dopo aver passato la sonda di qua e di là dice: volete sapere il sesso?

E io: non ce n’è bis240_F_43490940_3jCTQKKj9jdqmK3JL9jjJOY7y04wPvtIogno, sono due bambine.

Sì, esatto, sono due bimbe. L’ho sempre saputo. Istinto materno? No, semplicemente sesto senso e calcolo delle probabilità.

Smetto di guardare e chiudo gli occhi. Il buio mi assorda e mi acceca. Passano sulla pancia un gel freddo che serve per “sterilizzare” la zona. Poi cominciano. Mi sento come se mi stessero tagliando in due. Il dolore diventa di colpo insopportabile. Immaginate un ago lungo 20 cm che vi viene piantato nella pancia come un missile, una spada!

Ad un certo punto, la mia ginecologa dice: “ahia, ma che fa? A tirato su la gamba! Dobbiamo spostare l’ago”. Inizio a sentirmi svenire, piano piano, come quando da bambini trattieni il respiro fino a scoppiare e davanti agli occhi ti compaiono mille e mille lucine gialle. L’ossigeno fatica a tornare al cervello. Guardo Andrea: mi sorride.

Riposizionano l’ago e prelevano il primo campione di liquido amniotico.

Finalmente escono dalla mia pancia. Tiro una lunga, desiderata boccata d’aria.

Adesso preleviamo il secondo campione. Come sta, tutto bene?

Fate in fretta, voglio andarmene” è l’unica cosa che sono riuscita a dire.

Il secondo prelievo è ancora più doloroso del primo. Entrano, escono, entrano, escono, con quell’ago infinito che mi sembra uno strumento di tortura. E intanto penso: “forza bambine, siate forti, tenete duro, la mamma è con voi“.

Dopo un tempo interminabile, finalmente mi comunicano che è tutto finito. Mi danno due dritte su come comportarmi nei giorni a seguire, su cosa tenere d’occhio, i casi in cui è meglio che vada al pronto soccorso.

Usciti dalla sala mi accompagnano in una stanza relax, dove stare coricata, immobile, per circa mezz’ora.

Durante quei trenta minuti prima di tornare a casa, piango. Pensando ai rischi cui ho sottoposto le mie bimbe, ma anche per aver scoperto che sono due femminucce! Che meraviglia.

Per tutto il tempo, Andrea è stato vicino a me, sorridente, confortante. Mi ha tenuto la mano, ha sofferto con me.

Purtroppo, ci sarebbero state altre occasioni in cui, insieme, avremmo sofferto e ci saremmo dovuti confortare.

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