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Quando il mondo sembra dovermi crollare addosso

Ad una settimana dall’amniocentesi, come da programma, ci rechiamo in ospedale per il controllo delle polpettine. Cuore, vesciche, misurazioni varie. 

Questa volta sono in due. Mi fanno accomodare e la prima, una dottoressa piuttosto giovane, ma che so essere stimata in ospedale comincia il viaggio nel liquido amniotico. Partono sempre, da un po’ di tempo a questa parte, dal “gemello di sinistra”. 

Passa la sonda sul gel e comincia a navigare su e giù. A sinistra c’è Veronica, a destra Ludovica. Sono ancora praticamente affiancate, sullo stesso livello. Solo ogni tanto girano su loro stesse, si spostano in sincrono perfetto: piedi con piedi, schiena con schiena. Sono tenere le mie piccole. Me le immagino che chiacchierano tra di loro, una sorta di lingua acquatica parlata dai pesci negli oceani. O magari un esperanto tutto loro. Chissà. 

Mentre fantastico su di loro mi rendo conto che la dottoressa ci sta mettendo troppo e che la sua espressione è sempre più scura. Si volta, bisbiglia qualcosa all’altra che era intenta a digitare sui tasti del computer. Guardano entrambe il monitor, lo girano verso di loro. Io non riesco più a vedere nulla. Passano e ripassano la sonda sulla parte di Veronica. Ribisbigliano tra loro, escono dalla sala, rientrano con la mia ginecologa. 

“Signora c’è un problema. La bimba a sinistra sta nuotando in una piscina olimpionica. Ha troppo liquido. Non va bene. L’altra invece non ne ha quasi più…” Mi sento morire. In un secondo la gioia dell’incontro con le mie piccole è stata spazzata via. 

La dottoressa giovane mi dice “le hanno spiegato che nella gravidanza come la sua possono sorgere complicazioni, no?”

Annuisco appena, annichilita. 

“Sembra che ci sia uno scompenso di liquidi tra un feto e l’altro” “potrebbe trattarsi della Sindrome TTTS, la trasfusione feto-fetale”. 

Ho i tuoni nella testa, un ronzio costante come di un programma radio la cui frequenza è tutta sbagliata, irregolare. 

“Qui da noi non siamo in grado di trattarla, dobbiamo mandarla in un centro specializzato per un controllo urgente. Adesso chiamiamo il Buzzi di Milano e fissiamo un’eco con loro”. 

Comincio a piangere, in silenzio. Gli occhi della disperazione incontrano quelli dell’angoscia mascherata da serenità. Sempre e comunque, io mi dispero, Andrea è ottimista. O incosciente. 

È venerdì. L’eco al Buzzi è fissata per il lunedì dopo. Non sarà pericoloso per Ludovica aspettare due giorni? Mi assicurano di no, che due giorni non cambiano lo stato della situazione. 

Torno a casa distrutta. Lo sapevo: se c’è una rogna, una possibilità su un milione di essere sfigati, vuoi che non capiti subito a me?

Il weekend è un delirio di apatia, tristezza e rabbia. Tanta rabbia per un destino che mi si accanisce contro. Periodicamente. 

Ma perché non posso avere una gravidanza come tutte le altre? Lieta, gioiosa, spensierata, normale? 

 

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2 pensieri riguardo “Quando il mondo sembra dovermi crollare addosso”

  1. Ciao sto leggendo i tuoi post, perché anche a me hanno diagnosticato la famigerata trasfusione feto
    Fetale, con l’aggiunta che si è manifestata un po’ prima rispetto agli standard ovvero alla 15 settimana, essendo di Brescia sarò seguita dagli Spedali Civil,i tu a quante settimane l’hai scoperto?

    Mi piace

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