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Paranoica? Sì, forse è così, ma a tutto c’è una spiegazione

angeloMi permetto un’analessi e, prometto, sarò breve. A tutto, o quasi, c’è una spiegazione. Di norma non ho comportamenti paranoici, non soffro di manie di persecuzione e non ho sdoppiamenti della personalità. Certo è che, anche per esperienze famigliari a me molto vicine, durante tutta la gravidanza ho sempre temuto il peggio. Chi mi conosce sa che sono figlia unica. Beh, non è proprio così. O meglio, lo sono, sulla carta, ma ho anche la fortuna di avere un angelo custode tutto mio.

Mia mamma ci ha messo 6 lunghissimi anni ad avermi. Ma partiamo dal principio.

Prima che nascessi io, nel lontano 1973, mia mamma ha perso un bambino, mio fratello Luigi, nato di sei mesi e morto subito dopo. Se fosse accaduto ora, probabilmente quel bambino sarebbe sopravvissuto, anche in salute, e ora sarebbe qui con noi. Nel ’73, invece, non fu possibile salvargli la vita. All’epoca mia mamma aveva avuto dei sentori di minaccia di aborto, ma come spesso accade alle donne ha voluto continuare a lavorare, ignorando i sintomi e i segnali che il suo corpo e il piccolo le mandavano. Nessuna colpa, sia chiaro. Può succedere a tutte di sentirsi dei leoni e, alla faccia dell’assenteismo tanto di moda oggi, continuare a lavorare. Ma non è solo il lavoro in sè, è anche come si va a lavorare. Nella mia famiglia nessuna donna è mai rimasta a casa, ma nemmeno ha avuto la fortuna di trovare lavori a due passi. Bene o male, da mia nonna alla mia prozia a mia mamma (ahimè, a me), abbiamo sempre tutte viaggiato per lavoro.

Ma non divaghiamo. All’epoca mia mamma percorreva tutti i senti giorni 100 chilometri andata e ritorno per andare al lavoro. Capite bene che, in presenza di sintomi di minaccia d’aborto, continuare a fare su e giù di certo non le ha fatto bene.

Finché un malaugurato giorno dovette recarsi d’urgenza all’ospedale. E qui diede alla luce un bambino che morì pochi minuti dopo la sua breve esistenza su questa maledetta Terra. Non glielo fecero nemmeno vedere. Il nome fu scelto dalle suore che allora prestavano volontariato nell’ospedale di Torino. Le Suore Luigine. Da qui, Luigi.

Penso sia chiaro a chiunque il dolore accecante, pulsante che colpisce una madre che perde il suo piccolo. Immaginate poi se, prima di riuscire ad avere un figlio, si aspettano ben sei anni. Anni in cui ti chiedi perché, proprio a te, non sia concessa la fortuna, la grazia di avere un bimbo. Ad ogni modo, nel 1979 sono poi arrivata io.

Tutto bene? No. Perché per avermi mia mamma ha dovuto sottoporsi alla tecnica del cerchiaggio. E per 8, lughissimi e noiosissimi mesi, è dovuta restare a letto. Non ha potuto fare proprio niente. E quando dico niente, intendo nemmeno uscire sul balcone per bagnare le piante. Se pensate ad una donna iperattiva, che ha sempre lavorato, dividendosi tra ufficio e casa come un’equilibrista, potete immaginare la situazione. Se glielo chiedo ora, comunque, mi dice che a lei non pesava, perché sapeva che lo stava facendo per me. E per lei.

Forse, con questo piccolo spaccato di vita vissuta personale, si potrà meglio comprendere come mai, durante la MIA gravidanza, io abbia assunto alcuni atteggiamenti che sono stati definiti paranoici. Avevo paura, anzi terrore, che potesse succedere anche a me. Non di dover stare a letto (cosa che ho fatto e che, lo devo ammettere, mi è pesata e non poco). Ma di rischiare di perderle. Dopo aver tanto atteso, sperato, pregato, non potevo accettare che succedesse anche a me.

Per fortuna, ho avuto sempre accanto a me mia mamma che, forte anche della sua esperienza, ha saputo guidarmi, sostenermi, abbracciarmi, ogni volta che ce n’è stato bisogno.

Oltre che, naturalmente, mio fratello, la cui presenza ho sempre sentito vicina.

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