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Le visite settimanali al Buzzi, giornate di fuga da Alcatraz

BimbeCome ben sapete, ogni settimana di giovedì, andavo ai regolari e necessari controlli al Buzzi. Era un pò diventato la mia seconda casa. Ma soprattutto, il momento in cui potevo finalmente evadere dalla prigione per vedere qualcosa d’altro che non fosse divano letto cucina sedie giardino cane.

In realtà, benché fossi felice di uscire di casa, il viaggio in macchina prima e la visita poi mi rendevano abbastanza ansiosa. Avevo paura che i sobbalzi, le frenate, il fatto di stare seduta per così tanto tempo potessero in qualche modo creare disagio o, peggio, recare danno alle bimbe. Ma mi godevo comunque quelle uscite come se fossero state un viaggio verso lidi conosciuti, ma non per questo meno desiderati.

La sala d’attesa del Buzzi è in realtà un corridoio con una decina di sedie scomodissime appoggiate alle pareti. Sedie dure, di plasticaccia, sulle quali è praticamente impossibile mettersi comode, figuriamoci starci per ore ad attendere la chiamata. Soprattutto con una pancia che ormai assomigliava più ad un pallone aerostatico che ad un addome normale. Lapalissiano direi.

Ogni volta che chiamavano il mio nome, era un sollievo, sia per le mie povere natiche che per la mia mente. Mentre mia mamma e mio marito, immancabilmente, giocavano a solitario sul cellulare o visitavano facebook io, pur portandomi dietro una vera e propria antologia di tutti i miei volumi preferiti, non riuscivo a leggere. Tale era l’ansia, ma anche la scomodità. Senza contare poi le innumerevoli, ravvicinate soste alla toilette del reparto. Bevevo e andavo al bagno, in continuazione.

Quando finalmente arrivava il mio turno, speravo sempre che al controllo ci fosse il Dottor Faiola. Sapete quella sindrome che colpisce i pazienti degli psicologi ma anche dei medici in generale? Quel bisogno di vedere sempre lui, solo lui. Si ripone la propria fiducia in una e una sola persona e quando il medico, per svariati motivi non c’è, ci si sente abbandonati delusi traditi.

Beh, a me spesso è capitato di essere visitata da altri medici dell’equipe. Tutti preparati, gentili, competenti. Per carità, non dico il contrario. Ma io volevo lui. Ad ogni modo, superata la delusione iniziale, l’attenzione si focalizzava sullo stato di salute delle piccole. Controllo dei liquidi, del cuore, delle vesciche, misurazioni del cranio, cervicometria. Oramai, quando passavano la sonda e guardavo il monitor sputare fuori numeri e misure sapevo già come sarebbe andata la giornata.

Mi capitò (due volte sole per fortuna) che il liquido della gemella di sinistra fosse di nuovo al limite della soglia accettabile. Nonostante i dottori mai e poi mai abbiano rivelato preoccupazione o ansia, per me si aprirono spiragli di terrore puro. Quando ti dicono che, malgrado l’intervento, esiste la possibilità che le anastomosi placentari si riformino, vi assicuro che chiunque si sarebbe fatto assalire dal panico. E giù lacrime, disperazione, mutismo. Quel giorno chiamai la mia ginecologa che mi disse: “non preoccuparti, un piccolo scompenso può accadere. Non è detto che si debba verificare il peggio. Pensa positivo per una volta! Facciamo così, dopodomani vieni in studio da me che ti faccio un controllo dei liquidi, così vediamo se la situazione è stabile o se è peggiorata“.

Che dire. Questa esperienza, tremenda e al tempo stesso bellissima mi ha dato la possibilità di conoscere a fondo persone speciali, di un’umanità rassicurante e inattesa. Soprattutto quando si tratta di sanità. Quella italiana. Esistono anche bravi medici che, al di là della professionalità, della preparazione e della competenza, si rendono conto di avere di fronte delle persone, con le loro debolezze e le loro paure. E sanno sopportarle fino alla fine.

Insomma, due giorni dopo mi reco nello studio e vengo monitorata. I cuori sono a posto, i liquidi anche. Tiro un sospiro di sollievo che libera il cuore dalla densa e oppressiva nube nera che mi schiacciava con il suo peso.

Le dico “dottoressa, ma non si muovono, è normale?“.

Beh, anche a noi capita di stare fermi, no? Mica siamo in movimento costante. Staranno dormendo.

Prende la sonda e la fa ballonzolare sulla gemella di sinistra. Boink boink boink. Ad un certo punto, in diretta, vediamo la bimba sollecitata che, disturbata nel suo riposino di metà mattina, ruota su se stessa e sferra un calcione alla sorella.

La quale sobbalza sorpresa, si gira e ricomincia a dormire come se niente fosse.

Che dire, quello è stato uno dei giorni più belli della gravidanza. Sapere che le cose stavano pian piano trovando un equilibrio, ma soprattutto vedere che le piccole, già dentro la loro prima casetta ovattata socializzavano da buone sorelle!

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