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La liberazione secondo la mia bisnonna

25 aprileCome ho già detto, o forse no, nella mia famiglia le donne hanno sempre giocato un ruolo fondamentale. Lungi dall’essere donne piagnucolone, che sbattono gli occhioni cerbiattosi colmi di lacrime, si sono sempre date da fare. Per mille e più motivi. In primis, perchè la mia famiglia è sostanzialmente matriarcale. Roba strana per la società italiana dell’epoca e per quella attuale. Secondo, perchè gioco-forza hanno dovuto darsi da fare. Il così detto “tirarsi su le maniche” è uno dei tanti motti che mi propinano da quando ero ancora bambina. L’altro è “un bel tacer non fu mai scritto”, ma questa è un’altra storia.

La mia bisononna, Anna Brunetto, era una donna “con le palle”. Definizione che a lei non piacerebbe, perché direbbe che lei ha il cervello e che le palle non le servono. Ma tant’è. E, a differenza di tutte le sue coetanee dell’epoca (nacque a fine ‘800), aveva una mentalità molto lontana dalla percezione fallo-logocentrica allora imperante. Rimasta vedova intorno ai 50 anni (e le nipoti mi perdoneranno se non ricordo l’età esatta) si è, come dicevo prima, tirata su le maniche e ha provveduto a sé stessa e ai suoi 5 figli. In realtà ce ne sarebbero stati 6, se non fosse che una delle bambine morì piccola.

Ad ogni modo, si era a quel tempo in piena Seconda Guerra Mondiale. Mia nonna e le sue sorelle e il fratello erano piccoli. O comunque poco più che adolescenti. All’epoca vivevano in una grande casa colonica nella campagna piemontese e commerciavano in formaggi e gestivano un negozio sempre di formaggi. I tedeschi e i fascisti spadroneggiavano anche lì a Canale d’Alba, nonostante fosse poco più che un paesone. E, per una donna sola, la situazione non era certo delle più semplici.

Nonostante ciò, la mia bisnonna era ben conscia di ciò che poteva fare anche lei, nel suo piccolo, per dare un contributo alla Resistenza. Ricordo che mia nonna prima e la mia prozia di recente, mi raccontavano che la bisnonna permetteva ai partigiani di nascondere le armi nel sottoscala di casa. Non nel fienile o altrove. Ma in casa propria. Nel sottoscala. E le armi erano coperte solo da un tendone spesso (tipo quelli che si usavano nei garage di un tempo).

Facendo ciò, la mia bisnonna aiutava sì la causa, ma metteva anche a rischio la sua vita e quella dei suoi 5 figli.

Accedde un giorno che, tornata dal mercato, le piombò in casa un ufficiale tedesco. La mia prozia lo ricorda come un uomo alto, dagli occhi di ghiaccio, che latrava anzichè parlare. Sul tavolo della cucina c’era la spesa per la famiglia che la mia bisnonna aveva appena portato a casa. Il tedesco pretendeva di prenderla per sé. La mia bisnonna non parlava altra lingua che non fosse l’italiano (e il piemontese, ovviamente), ma a furia di gesti e parole ed espressioni del viso, gli fece capire che quella roba era sua, e lui non poteva averla. Rischiò grosso. Ma rischiò ancora di più perché, come dicevo, nel sottoscala c’erano decine di fucili ben appoggiati al muro, consegnati nella notte da un gruppo di sostenitori dei partigiani del luogo.

La mia prozia ricorda ancora con angoscia la paura attanagliante che prese lei e mia nonna, al pensiero di ciò che avrebbe potuto accadere loro se solo l’ufficiale tedesco avesse sollevato il tendone. Probabilmente oggi non sarei qui a raccontare questo episodio.

Di atti di questo tipo la storia personale della mia famiglia è piena.

La liberazione, il 25 aprile, per la mia bisnonna era questo: aiutare la causa, per sé e per i propri figli. Per garantire loro un futuro migliore, scevro da qualsiasi sudditanza. Non era una mamma di gemelli, ma con i suoi 6 figli e il coraggio mostrato durante tutta la sua vita, è stata sicuramente più supermamma di me. Senza dubbio. Spero di aver preso qualcosa anch’io da lei. E’ stata una grande donna.

Buon 25 aprile a tutti.

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