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E finalmente vedo le mie piccoline

Sono nate!Venerdì 16 maggio 2014. La mattina scorre tranquilla e noiosa come al solito. Niente di nuovo sul fronte occidentale. A pranzo mangio leggero, non ho fame e faccio sempre più fatica a digerire qualsiasi cosa. Anche considerando che, appena finito il pasto, mi corico. Dopo pranzo mi sistemo sul divano, col cane al mio fianco e accendo l’immancabile TV. Cesaroni, eccomi qui. Ad un certo punto mi addormento. Sogno ghiaccioli e gelati. Di tutti i gusti possibili. Alle 15 mi sveglio con l’impellente necessità di andare in bagno a fare pipì. Scaccio il cane giù dal divano. Caracollo in bagno. Ed è lì che sento un POP. Una bolla che esplode, come un gavettone. Guardo in basso e vedo sangue. Tanto sangue. Che imbratta il pavimento le ciabatte i pantaloni della tuta. Presa dal panico chiamo mia mamma con una voce querula e tremante.

Mamma corri, vieni a vedere” Sto già piangendo. Oddio, oddio, oddio. No, ti prego, non farmi questo. Ti prego, le mie bambine. Un altro mantra. L’ennesimo. Mia mamma, dalla paura, vomita. Chiamo subito Andrea sul cellulare. Corri a casa, sto perdendo sangue!

Come stai perdendo sangue? Io sono a Milano! Sono bloccato in tangenziale. Non sono ancora arrivato sul luogo dell’appuntamento. Fatti portare da qualcuno in ospedale.

Sono sola. Come sempre. E’ incredibile. Mi sono sempre sentita sola, anche quando ero circondata da tante persone. In quel momento ho capito appieno il significato della solitudine.

Chiamo frenetica il Buzzi, la Croce Rossa. Voglio andare a Milano a partorire! Non a Busto! Mi dicono che se chiamo l’ambulanza, comunque, mi porta all’ospedale più vicino e lì decidono se è il caso di trasferirmi in altra struttura o no. Se possono gestire loro l’emergenza, non mi trasferiscono. Penso a tutti i miei piani, ai programmi, al taglio cesareo previsto per il 17 giugno. Tutto svanito. In un POP. In un secondo.

Mantengo la calma e decido: andiamo all’ospedale di Busto. Chiamo la mia ginecologa che ha appena terminato il turno e lei mi dice di non mettermi in macchina per andare a Milano. Può essere pericoloso per le piccole. Preallerta lei le colleghe al pronto soccorso maternità. Andrà tutto bene, stai tranquilla.

Non posso far altro che fidarmi.

Arriviamo all’ospedale come in trance. Io, mia mamma e mia suocera. Andrea non c’è. Arriverà molto dopo, quando io sarò già dentro. Sono sola. Io e le mie piccole dobbiamo farci forza tra noi.

Al pronto soccorso mi fanno subito entrare, mi visitano, mi sottopongono a tracciato. Avevo lasciato l’ospedale per contrazioni da appena un giorno. Ed eccomi qui. Di nuovo. La diagnosi è una pistolettata: rottura prematura delle membrane. Quelle stesse membrane martoriate, che avevo maltrattato con l’amniocentesi prima e con la laser-terapia poi. Non ce l’hanno fatta a preservare ancora le mie bimbe. La bimba ex-ricevente si è spostata verso il basso e ha rotto la sacca della sorella. Fine dei giochi. Game over.

Il tracciato dice che va tutto bene. Le piccole sono tranquille. Sanno che qualcosa sta per succedere. Immobili come soldatini di latta si fanno belle per l’uscita nel mondo reale. Fuori dal bozzolo caldo e sicuro in cui, forse, non stavano più così bene.

Facciamo il taglio cesareo alle 17. Ha qualche allergia?

Spiego che sì, sono allergica alle benzodiazepine. Mi fanno parlare con l’anestesista. Mi cambiano. Mi tolgono tutto. Il mio contatto col mondo esterno finisce qui. Da adesso in poi sono una paziente ricoverata. Nel frattempo non so cosa stia succedendo fuori. Andrea è arrivato?

Entriamo nella sala di preparazione. Ago al braccio con antibiotico. Depilazione. Spiegazioni di rito.

L’anestesista è una brava persona. Uno di quelli, e sono pochi, di cui ti fidi a prima vista. Considerato lo spiacevole incidente del Buzzi, è già un enorme passo avanti. Entriamo nella sala operatoria. Luci forti e giallastre, inanimate e fredde. Mi fanno sedere sul lettino e mi spiegano che procederanno con l’anestesia spinale. Devono inserire l’ago tre volte prima di riuscire ad entrare nella spina dorsale nel punto esatto in cui vogliono loro. Sento male, ma niente in confronto col terrore che alle piccole possa succedere qualcosa. Che qualcosa vada storto.

Nel giro di pochi minuti non sento più le gambe. Tagliano. Tirano. Mani che scavano. Occhi che guardano. E l’anestesista sempre di fianco a me, sorridente.

Gemello 1 ore 18.05. Ecco Ludovica Caterina. La mia primogenita. Me la mettono davanti al naso un secondo. Faccio in tempo a baciarla. Di un bacio salato e dolce allo stesso tempo. Tra lacrime che scorrono copiose e gioia che mi fa scoppiare il cuore nel petto. Poi la portano via. Per lavarla, credo.

Gemello 2 ore 18.06. Ecco Veronica Melania. La peste che ha rotto prematuramente le membrane. Che aveva fretta di conoscere questo nostro porco mondo. Difficile, duro. Ma pur sempre il mondo che ho deciso dovessero abitare. Me la portano davanti. Vorrei baciarla, ma il fatto di aver mangiato non sapendo quello che sarebbe successo mi fa venire uno, due conati di vomito. Faccio in tempo a dire “sto per vomitare”…l’ostetrica arretra velocemente con la bambina in braccio che mi guarda perplessa. Ma come mamma, non mi dai un bacino? Vomito. Vomito il pranzo, la mia paura, l’ansia di questi mesi, la solitudine attanagliante. Anche se adesso non mi sento più sola. Ci sono loro. Le mie bambine.

Mi portano nella sala post-intervento per tenermi monitorata. Ed è allora che finalmente arriva Andrea. Era fuori ad aspettare. Le sue prime parole sono “grazie amore, sono bellissime“.

Le mie sono “hanno tutte le dita delle mani e dei piedi?” L’infermiera mi guarda e sorride: sì, le hanno tutte. E non si preoccupi, è una domanda che molto spesso le neo-mamme fanno.

Ricordo le due ore successive in modo vago e nebbioso. L’anestesia che mi hanno fatto mi ha provocato un attacco di panico che è durato in eterno. Il fatto di non poter muovere le gambe mi angosciava. Tremavo tutta come in preda alle convulsioni, stringendo la mano di Andrea fino a bloccargli la circolazione. E intanto sbattevo i denti così forte che pensavo dovessero rompersi in mille pezzi da un momento all’altro.

Entra la Primaria di Pediatria e mi da il colpo di grazia: le bambine stanno bene, le dobbiamo tenere monitorate le prime 24 ore per vedere se respirano correttamente da sole, vista la prematurità. In caso contrario, dovremo fare dell’ossigeno terapia. Ma per fortuna lei questa settimana che è stata ricoverata è stata sottoposta a celestone, che ha aperto loro i polmoni. E’ ovvio che, vista la prematurità, lei starà qui con le bambine per le prossime 5 settimane.

Penso di non capire bene. 5 settimane? Perchè? Non ho voglia di pensarci ora. Adesso voglio solo dormire. Mi trasferiscono nella camera in reparto e mi addormento.

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