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Ospedale, visite, controlli

4223Mi spiace scrivere così tanto della mia permanenza in ospedale, ma tant’è. E’ stata un’esperienza noiosa e struggente al tempo stesso. Nei (pochi) tempi morti, leggevo, facevo brevi passeggiate, andavo al bar a prendere qualcosa. Anche solo a incontrare quel poco di vita esterna che passava fugace. Guardavo un pò di televisione, ascoltavo i discorsi dei visitatori, che dopo poco sarebbero usciti e tornati alla loro vita di sempre, leggevo i quotidiani. Giusto per non essere completamente estranea a quello che succedeva al di fuori. Nel mondo. E’ incredibile come mi sia sentita prigioniera di una bolla.

Non voglio sembrare un’ingrata. In fin dei conti, tutto era andato bene. Ma si sa: già la maternità ti porta a scombussolamenti mica da ridere. Se poi, in più, consideri il fatto di non poter tornare alla tua vita, alla tua casa, al tuo cane. Beh, capirete come sia stato per me un periodo allucinato e allucinante.

La mia giornata scorreva a cadenza regolare, di tre ore in tre ore. 6, 9, 12, 15, 18, 21, 24, 3. E di nuovo da capo. Le bambine mangiavano ogni tre ore. Tornare a casa era impossibile. Non che non mi fosse permesso, sia chiaro. Non ero prigioniera nel vero senso della parola. Semplicemente non me la sentivo di tornare a casa e lasciarle lì, da sole. Mi sentivo una cattiva madre ogni volta che uscivo per un paio d’ore, il sabato o la domenica pomeriggio, per andare a prendere un gelato. Mi sentivo anche fuori posto. Con i braccialetti delle bimbe ancorati al polso destro. Un pò come i carcerati che hanno i numeri di riferimento. Anche io ero costretta a portare quegli anelli di plastica. Loro erano ancora ricoverate. E mi vergognavo che mi vedessero. Che si chiedessero cosa fossero quelle robe. Perciò uscivo il minimo indispensabile.

Nel corso delle settimane, poi, avevo dei momenti di svago. Quando, per esempio, le piccole venivano sottoposte a visite specialistiche di controllo: cuore, occhi, cuore di nuovo. Ci si preparava per il trasferimento bardando le bimbe come se fosse novembre: copertine, cappellino, lenzuoline tirate su su, fino agli occhi. Essendo premature, poi, non si percorrevano i corridoi per paura di contagi o infezioni, ma ci si avventurava nei sotterranei dell’ospedale. Luoghi inaccessibili al pubblico, un dedalo di gallerie lunghissime scarsamente illuminate, mal tenute, piene di buchi e crepe.

Guardavo le mie piccole ranocchiette dormire beate, cullate dai sali-scendi e provavo tanta pena per loro. Così piccole e già sottoposte a mille esami, analisi, sforacchiamenti. Si, perchè le analisi del sangue non finivano mai. Era una tortura vederle entrare nella sala prelievi (senza poterle accompagnare) e sentirle urlare a pieni polmoni. Ma mi tornava il sorriso quando, vedendole uscire sane e salve, l’infermiera di turno mi apostrofava dicendo “hanno urlato, sì, ma si sono anche vendicate! Hanno sganciato certe bombe!“. Potere dell’aria…

Ero sempre accompagnata da un’infermiera del reparto di Pediatria: una finlandese alta alta, sempre sorridente, un piccolo angelo di rara gentilezza, che mi rassicurava quando ce n’era bisogno e mi sosteneva e aiutava quando lo chiedevo.

Mi sentivo meno sola quando pensavo alla povera Maria Vittoria, anche lei sottoposta alle stesse torture. Sembrerà egoistico da parte mia, ma se sai che qualcuno condivide le tue stesse pene, la tua stessa sensazione di oppressione e spaesamento, ti senti meno solo. Nonostante avessi, ripeto, famigliari e amici che mi sostenevano come potevano, l’esperienza passata la può capire solo chi l’ha vissuta e condivisa.

Quante volte quando Andrea veniva a trovarmi e mi trovava in lacrime, immersa nel buio più nero, per un pò cercava di consolarmi, poi mi diceva “dai, che manca poco!

Sì, certo non sarei rimasta lì per tutta la vita. Ma quelle cinque settimane a me sono sembrate un inferno quasi senza ritorno.

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