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E poi ti dicono che puoi tornare a casa

happy-stick-girlUn fulmine a ciel sereno. Sai bene che prima o poi succederà, ma non ci speri più. Ti crogioli nell’idea di avere una meta cui tendere, il rientro alla base, ma hai paura che ti dicano che no, ancora non puoi. Ancora non è il momento. Invece, il 13 giugno di un anno fa, la Pediatra del Nido mi dice “Signora, le bimbe stanno crescendo bene. Io non vi tratterrei qui oltre. Tra una settimana circa può andare a casa“. Che emozione! Che gioia infinita. Non riesco quasi a crederci. Mi attacco al telefono e chiamo tutti, ma proprio tutti. Annunciando la lieta novella. Io e Lucia ci guardiamo. Anche a lei hanno detto la stessa cosa. E’ stato uno dei momenti più belli di quelle cinque, maledette, lunghissime settimane in ospedale. Iniziamo a fare progetti, a ridere senza un motivo. Per il solo gusto di risentire il suono delle nostre risate. Anche le bimbe percepiscono il cambio di programma. Stanno zitte zitte, occhioni spalancati, orecchie tese.

Ancora non ridono, ma se avessero potuto farlo, si sarebbero unite a noi. Scendiamo in camera e, dopo l’euforia iniziale, entrambe ammutoliamo. Ci guardiamo intorno con un misto di stupore e di non so che. Come quando, dopo esserti abituata ad una situazione sgradevole, fatichi ad entrare nell’ottica che si torna nel mondo reale.

Ognuna persa nei propri pensieri. Più di tante altre volte, capiamo che questo momento va assaporato in solitudine e silenzio. Non avevo mai notato come i silenzi possano suonare diversi, a seconda delle situazioni. Ci sono stati quelli assordanti dei primi tempi, quelli dolci e lievi della marsupio-terapia, quelli urlanti dei momenti di sconforto. E poi ci sono i silenzi gioiosi, come in questo caso.

Inizio a pensare alle mille cose da fare, alla cameretta che le aspetta, ai problemi che dovrò affrontare, ma anche alla gioia di poter finalmente essere una mamma normale, a tutti gli effetti. Di poter anche io mostrare le mie piccole con orgoglio. Di poter uscire con il passeggino per lunghe camminate. Di poterle stringere a me quando più preferisco e non ad orari stabiliti.

Immagino che anche Lucia stia pensando la stessa cosa. Ma, come per un tacito accordo, non ne parliamo.

Ricordo invece che siamo scese a bere un caffè al bar. Lievi e liete come mai eravamo state in quelle ultime settimane.

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