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Come cambiano gli equilibri all’interno della coppia

LinusQuesto titolo avrei potuto corredarlo sia di punto esclamativo che di punto interrogativo. Quando parlavo con le amiche e le conoscenti (o le parenti, se è per questo) di come possono, anzi, vengono modificati gli aspetti routinari della vita quotidiana, dentro di me mi dicevo “a noi non succederà“. Mi facevo forte delle esperienze degli altri per cercare di capire dove, secondo me, avevano sbagliato, per evitare i medesimi errori. Stolta e stupida che ero! Prima di tutto, ognuno vive una vita propria. Lapalissiano, direi. Ma vero. In secondo luogo, ogni famiglia e ogni ingresso di nuovi-nati in casa viaggia su binari propri, che nulla hanno a che vedere con quelli degli altri. Sì, certo, delle affinità ci sono. Ma si limitano a quelle e a nient’altro.

Passata la prima settimana di assestamento e dopo il can-can dei primi momenti mi sono resa conto che lo spazio che avevo tanto gelosamente costruito, il mio micro-ambiente personale era semplicemente svanito nel nulla. Come avrete già capito, amavo moltissimo leggere. Impossibile farlo ancora. Le piccole avevano (e hanno tuttora purtroppo) forti disturbi del sonno. Forse dovuti alla loro condizione di prematurità, forse legati al fatto che dopo aver trascorso oltre un mese in un ambiente noto si erano trovate d’improvviso proiettate da un’altra parte, fatto è che il loro sonno era tanto discontinuo quanto agitato. Chiesto il parere a diversi specialisti, mi venne detto che le ragioni potevano essere molteplici: è un fatto naturale, tutti i bambini si svegliano dalle due alle tre volte per notte; il fatto di essere premature creava in loro uno scompenso: fondamentalmente, essendo uscite troppo presto dalla pancia della mamma, il loro desiderio più grande era quello di ritornarci (e, a dirla tutta, era anche il mio!); semplicemente avevano scambiato la notte per il giorno (cagata pazzesca, passatemi il francesismo).

Fatto sta che, se prima avevamo la possibilità di ritrovarci dopo cena per qualche momento insieme, adesso io e Andrea eravamo completamente distanti. Io appresso alle bambine, lui sdraiato sul divano che imperterrito cercava di andare avanti con la sua vita di prima. Incauto! Non so se è capitato anche a voi, ma gli uomini in generale (non tutti, ovvio, ma tantissimi) sono piuttosto restii a cavalcare l’onda del cambiamento. Piuttosto ci si fanno trascinare. Spesso affogando.

Lo status quo è una sorta di copertina di Linus che nemmeno sotto tortura vogliono abbandonare. Ci si aggrappano come l’ultimo dei naufraghi sopravvissuti ancorati allo scoglio della salvezza.

E che dire degli aperitivi del sabato sera con gli amici? Se già nell’ultimo periodo della gravidanza, ahimè, non avevamo potuto dare il meglio di noi per ovvi motivi, adesso men che meno. Lui tentava di convincermi. Buttandola lì, come un discorso qualsiasi tipo “scongelo il pane?” o “che tovaglia metto?”. Ogni tanto spuntava un “questa sera usciamo a prendere l’aperitivo con gli altri?”. Occhi ridotti a due fessure che guardavano occhi che facevano la ola pur di non fissarsi nei miei. “Ma se ci hanno detto di non portarle in luoghi affollati, per evitare che si ammalino, secondo te le vado a chiudere in un locale pieno fino all’inverosimile?“.

Venivo guardata come si può osservare un’enorme cacca di elefante in mezzo al salotto, un misto di sorpresa e incredulità. Farcito di bizze. Il problema è che la mente dell’uomo fissa immagini e indicazioni per il tempo necessario a passare per “bravo ragazzo”. Poi, passata la festa gabbato lo santo. Mentre in ospedale era tutto un annuire energicamente a qualsiasi informazione utile ci venisse data, da primo della classe attento e scrupoloso, tornati a casa le nozioni erano semplicemente passate nel cassetto dei ricordi da dimenticare. E la sua testa aveva fatto ZOT. Come un computer attaccato da virus che improvvisamente smette di funzionare e perde tutti i dati.

Cena e pranzo ai soliti orari, ma soprattutto seduti? Impossibile. Se i primi tempi tutto sommato le bambine erano relativamente gestibili, col passare delle settimane le loro esigenze sono cambiate e hanno richiesto sempre più attenzioni. Non esisteva più quel momento di relax in cui ci si siede a tavola, si assapora il cibo. Eravamo passati dall’essere allegri conviviali al diventare orchi affamati che ingurgitano quello che trovano sul tavolo ad un ritmo impossibile da sostenere anche per un leone della savana a dieta da mesi. Incredibile come le bambine, con le antennine ritte, captassero il momento esatto in cui posavamo i sederi sulle sedie e afferravamo famelici la forchetta. Ecco che, praticamente subito, scattava il pianto di una delle due. Puntualmente seguito dall’altra.

A queste situazioni ci si abitua a fatica, ma ci si abitua. Almeno le donne si adeguano.

E concludo con una grande verità: gli uomini reggono il mondo. Le madri reggono l’eterno, che regge il mondo e gli uomini.

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