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I titolari e le donne incinte

Nel corso della mia carriera lavorativa ho cambiato spesso luogo di lavoro. Per mille motivi. Primo tra tutti, il rispetto. Se lavori in un posto dove il tuo titolare nemmeno sa cosa significhi la parola rispetto, allora tutte le basi di una lunga e proficua collaborazione vanno a sciogliersi come neve al sole. Dal primo posto di lavoro, in cui feci uno stage lungo sei mesi, non retribuito, per un titolare pazzo e narcisista e di una maleducazione che farebbe arrossire anche un ultrà dei più beceri, passai ad un altro luogo, a Torino, in cui rimasi per 5, lunghissimi anni. Qui avevo a che fare non con una, ma con ben due titolari. Donne. Molte di voi penseranno che avere a che fare con un essere di sesso femminile possa agevolare le cose. Anche io la pensavo così. E mi sbagliavo. Su di loro sono già state scritte molte cose, compreso un libro. In cui vengono presentate al meglio della loro bassezza. E’ tutto vero. Romanzato, ma vero. Nel periodo trascorso in questa compagnia ho visto passare e fermarsi o andarsene davvero tantissimi colleghi e colleghe. Ed è alle colleghe donne che penso spesso.

Per darvi un quadro completo della situazione e delle persone con cui avevamo quotidianamente a che fare, vi spiegherò brevemente chi erano: due donne secondo me annoiate dalla vita, con parecchi soldi a disposizione, una sposata (per la seconda volta) con quattro figli e l’altra divorziata (ma ancora innamorata dell’ex marito), con tre figli, di cui due gemelli.

Fatta questa premessa, molte di voi penseranno (a torto) che donna per donna, avere a che fare con qualcuno del proprio sesso, che può capire la gioia della scoperta di essere incinta, le difficoltà del ménage familiare, la voglia di seguire i propri figli nei primi mesi di vita, sia molto più che semplice che rapportarsi con un uomo. Beh, vi sbagliate. E parecchio, anche.

Queste due signore erano terrorizzate, letteralmente, dall’idea che le loro impiegate (non proprio, visto che l’80% dei lavoratori avevano in mano un contratto a progetto) potessero arrivare un giorno a dire “sono incinta”. Nonostante la sfilza di figli che avevano procreato nel corso degli anni. Figli che, una volta partoriti, non seguivano personalmente, ovvio. Ma lasciavano nelle mani sapienti di qualche tata. Nel corso dei cinque anni, è capitato più volte che alcune colleghe annunciassero la loro maternità. Apriti cielo. La prima cosa che veniva detta alla malcapitata di turno era “Quando è prevista la nascita? Quando pensi di rientrare?” Non “congratulazioni” o “siamo felici per te”. Il tutto veniva latrato senza nemmeno alzare gli occhi dal monitor del computer. A volte, ma solo a volte eh, magari una delle due abbozzava una sorta di sorriso che somigliava più ad un ghigno malefico.

Le ex-colleghe che hanno gioito della maternità sono state tutte, e dico proprio tutte, prima o poi, cacciate in malo modo. Le scuse variavano sempre. E la motivazione non era mai legata ai figli. Ma era ovvio che fosse proprio così, invece. Se poi qualcuna di loro aveva la sfacciataggine di aver non uno, ma ben due o anche tre figli, allora veniva automaticamente inserita a pieno titolo nel libro nero delle stronze che facevano perdere tempo e soldi alla compagnia. Signore mie, ma dopo anni ancora non avevate capito che l’INPS vi avrebbe rimborsate al 100% della spesa sostenuta? No, loro si sentivano semplicemente cornute e mazziate, tradite nel profondo. E non c’era verso di far entrare loro in testa questo concetto semplice semplice.

Adesso che non lavorano più (almeno non hanno la possibilità di rovinare esistenze altrui), ma hanno figlie femmine che entrano nel mondo del lavoro, chissà cosa pensano dell’eventualità, per le loro pargolette, di diventare madri. La vedranno come una crisi su cui stendere un elaborato piano di crisis management? Penseranno che le loro eredi saranno in procinto di rubare, sì rubare, soldi all’azienda per cui lavorano? Chiederanno loro quando pensano di rientrare? Chissà.

Da questa compagnia sono passata a lavorare (per 10 mesi soltanto) in un’altra realtà più grande, prestigiosa e molto strutturata, a Milano. Mi sentivo arrivata. Era il posto che avevo sempre sognato. Che sciocche si può essere. Vedere realtà dall’esterno porta inevitabilmente a considerarle come l’Eden, un posto magico e ricco di opportunità, migliore di qualsiasi altro. Sotto ogni punto di vista. E dire che, alla mia età e con il bagaglio di esperienze che ho alle spalle, qualcosina dovrei averla imparata. E invece no. Sono un’inguaribile ottimista. Anche qui, a farla da padrone erano le donne. Nei dieci mesi che ho trascorso in questo posto, ho visto e sentito cose che voi umani nemmeno potete immaginare. O forse si. Alcune ex-colleghe mi raccontarono di quando andarono ad annunciare la loro gravidanza. Una tra tutte, mi disse che il titolare (uomo, questa volta) la guardò fisso fisso per dirle semplicemente “va bene, ma non pensi di farne un altro subito dopo eh”. Come prego? Ma un “congratulazioni” o un “sono felice per lei” no? Ma così, spesso e volentieri, va il mondo del lavoro. Nessuno pretende che il proprio titolare si metta a ballare la danza della gioia né tanto meno che stappi champagne od organizzi una festa. Per carità! Ma un minimo di partecipazione UMANA alla gioia altrui, quella sì che sarebbe auspicabile. Il mondo delle fate non esiste e non esisterà mai. Forse.

Io e la mia titolare a Gerusalemme
Io e la mia titolare a Gerusalemme

Da questa realtà sono passata all’azienda in cui lavoro attualmente. Anche qui, maggioranza di donne. Titolare donna. Ricordo il giorno in cui decisi che era ora di comunicare a Serena il mio stato. Ero agitatissima. Sudavo. Avevo il cuore che correva impazzito tentando di schizzare fuori. Entrai nel suo ufficio, cominciammo a parlare di lavoro. Poi ad un certo punto sbottai “Sere, ti devo dire una cosa“. “Dimmi” mi rispose, con occhi preoccupati. “Sono incinta“. Fece il giro della scrivania e mi disse “Anna, sono molto felice per te! Che bella notizia!“. Con un sorriso grande grande, come il suo cuore. E mi abbracciò, come avrebbe potuto fare un’amica o una sorella. Non di certo una titolare. E cominciò a chiedermi mille cose: come stavo, come procedeva, di quante settimane ero, come stava il bimbo/la bimba (ancora non sapevo che erano due). Mai, ripeto, mai né in quell’occasione, né dopo, mi chiese quando avevo intenzione di rientrare.

Era un argomento che avremmo trattato, certo, ma solo più avanti.

Non esiste il posto di lavoro perfetto. Questa ormai è una realtà assodata. Certo è che esistono ancora delle isole felici, con tutti i loro difetti e gli elementi perfettibili, ma pur sempre delle isole felici.

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