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Il primo viaggio al mare e le capacità tecniche da contorsionista

L’anno scorso, complice la necessità di cambiare aria per un pò (oh, come ne avevo bisogno!), la voglia di fare una capatina al mare e di starcene per conto nostro per un pochino, siamo stati al mare nella settimana di ferragosto. Liguria, destinazione obbligata. Sia per la disponibilità di alloggio gratis (meno male che c’è), sia per la vicinanza. Non volevamo che le piccole dovessero spupazzarsi più di un’oretta di strada. E noi con loro.

BagaglioPartire per lunghi viaggi con due neonate di tre mesi può essere affascinante, avvincente e anche molto, molto stressante. Posto che prima di partire i bagagli paiono quadruplicarsi rispetto a prima, anche se si è dotati di una (sembrerebbe, ma non è) comoda station-wagon, lo spazio finisce in un attimo. E così, per necessità e per virtù, abbiamo dovuto ricorrere al porta-pacchi da mettere sul tetto. Avete presente, quei siluri dai colori improponibili, brutti come la morte, che paiono uccellacci del malaugurio appollaiati sulla testa? Bene, mi riferisco proprio a quelli. E per grazia divina ci è stato prestato da un amico e non abbiamo dovuto acquistarlo. Almeno per ora. Se prima si poteva stipare mezza casa nel bagagliaio, comprensiva di borsa a parte per le scarpe, borse frigo e borse della spesa, valigia quasi solo per i libri, dal loro arrivo abbiamo dovuto imparare l’arte del compattamento. In un trolley in cui prima ci facevo stare giusto la trousse dei trucchi, ora riesco a infilarci vestiti, biancheria, scarpe, libri, suppellettili varie (possono sempre servire). Non appena lo apro, il trolley mi guarda con un misto di terrore e apprensione, quasi a volermi dire “mica avrai il coraggio di infilare tutta quella roba li eh?”. All’atto della preparazione dei bagagli, poi, quando presa dallo sconforto ho cominciato a saltare a piè pari sulle valigie nel disperato tentativo di chiuderle, persino il cane ha subodorato l’attimo di panico ed è corso via uggiolando.

Ma la cosa più difficile da condensare, nonostante la sua indiscutibile praticità, è stato il passeggino con navicelle incluse. Ma ce l’abbiamo fatta! E mentre Andrea sudava come se fosse stato in pieno deserto del Sahara, ricordando ogni tre per due tutta la lista dei Santi e degli Angeli del Paradiso (con mio enorme ed evidente disappunto) e le bambine che scalpitavano piangendo e urlando nel disperato tentativo di farci partire, io sovrintendevo ai lavori con piglio dirigenziale. No, questo mettilo qui. Ma nooooo, quello sistemalo là! Finché, visto lo sguardo vagamente vacuo da serial-killer di Andrea, ho deciso di mettere a disposizione il mio talento verso altro lidi più sicuri.

Finito di sistemare, siamo partiti. Avete presente l’autostrada A6 Torino-Savona? Quel capolavoro di saliscendi, curve, tornanti, senza nemmeno le corsie d’emergenza, che fiancheggia la montagna e gli strapiombi con dei guard rail che non potrebbero nemmeno contenere il passaggio di tricicli, figuriamoci delle auto, o peggio dei camion? Bene, nonostante il mare, da Bra, disti appena un’ora e mezza, quel percorso può sembrare infinito, soprattutto se le piccole tiranne ad un certo punto cominciano a piangere. Giusto, è quasi ora della pappa. Ma avete presente le code interminabili di agosto? Su quell’autostrada da macchinine giocattolo? Che non appena arrivi ad un’uscita e ti dici “evviva, ora qualcuno di questi peones si leva di torno!” ecco che ne entrano altri mille?

E così, nel disperato tentativo di placarle, mentre pregavo Andrea di guidare piano (ah, come se si potesse dire ad un uomo di non correre in autostrada…) e soprattutto di non frenare bruscamente, facevo il passaggio davanti-dietro, metti ciuccio, ridai ciuccio, rimetti ciuccio, gambe a formare angoli improponibili e impossibili per la scienza umana, braccia che vorticavano furiosamente nel disperato tentativo di mantenere l’equilibrio e una parvenza di signorilità. Con le pupe che facevano la ola deridendomi con gli occhietti furbi. “Ma guarda questa cosa sta facendo…sembra una contorsionista”. Sudore dappertutto, bave dappertutto, piedi incastrati tra il sedile e gli ovetti. E quando, finalmente placate le piccole, sono ricomparsa al mio posto sul sedile davanti, ho visto della gente che, sorpassandoci, applaudiva alla mia mirabolante impresa. Miracoli della mammitudine di gemelle.

Finalmente arrivati a destinazione, Ceriale beach, abbiamo praticamente scaraventato le valigie in strada e siamo corsi in casa per dare alle bambine il fiero pasto.

Che gioia quando, dopo pranzo, ci siamo seduti sul terrazzo a respirare la brezza marina. La nostra prima settimana di vacanza insieme era cominciata!

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