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Il cavallo Pasqualino

Ho cominciato presto a raccontare storie alle bambine. Storie intese come favole, non fraintendete. Anche se erano piccole e poco o nulla capivano (almeno credo), di quello che raccontavo loro, pensavo comunque di allietare e rendere più intimi i momenti trascorsi insieme. Dopo aver provato a leggere delle vere e proprie favole, ho deciso di puntare a qualcosa di più personale.

Quand’ero piccola mio papà aveva ideato per me una storia della sera che cambiava ogni volta. Era una storia bellissima, divertente e con morale finale inclusa. Quella del cavallo Pasqualino. Adoravo quel momento della giornata. Un pò perché non vedevo mio papà (o mia mamma, se è per questo) tutto il giorno e quel momento era solo per noi, ma anche perché mio papà era bravissimo a fare le voci e ad impersonare i protagonisti della storia. Si immedesimava talmente tanto in quello che mi raccontava, che modulava la voce a seconda della situazione che mi stava raccontando. Non tutti i genitori sono capaci di farlo. Mia mamma, per esempio, è una persona molto concreta. Si è sempre rivolta a me come se fossi un’adulta e forse è per questo che non mi ha mai intrattenuta con delle fiabe. Per quello, c’era mio papà. O le mie cugine.

Copyright: Filippo Corveddu
Copyright: Filippo Corveddu

Comunque, il cavallo Pasqualino è un vero e proprio combina guai. Nonostante papà cavallo (di cui, me ne accorgo ora, non conosco il nome…) gli abbia sempre dato indicazioni su come comportarsi, su cosa è giusto fare, su cosa va evitato e sui pericoli che si possono correre, il cavallo Pasqualino fa sempre di testa sua.

Come quella volta che, pur avendogli papà cavallo proibito di inoltrarsi nel bosco da solo, perché “i sentieri sono innumerevoli, il bosco è fitto e tu non sai ancora orientarti nel fitto della boscaglia”, tuttavia il cavallo Pasqualino voleva, desiderava, bramava poter vedere coi propri occhi la fontana miracolosa che si trovava proprio nel centro del bosco.

Fortuna e gloria per quelli che l’avessero trovata. Quello che trovò lui, invece, fu un intrico sempre più fitto di rami e sterpaglie, alberi ovunque e nessun sentiero. E così, nel cuore della notte, incapace di ritrovare la via di casa, il cavallo Pasqualino si accucciò ai piedi di una grande quercia e cominciò a piangere. Persino i gufi e le civette lo deridevano “papà cavallo te l’aveva ben detto di non inoltrarti da solo nel bosco!. Ma tu no, hai voluto fare di testa tua!”.

“Aiutatemi a tornare a casa”, replicava cavallo Pasqualino piangendo. “Prometto che non lo farò più!”. E piangeva, piangeva, senza riuscire a smettere. Spaventato dai suoni del bosco e dai versi degli animali che gli rimbombavano nelle orecchie. Quando ormai pensava che non sarebbe mai più tornato a casa, ecco che sentì il suono famigliare di zoccoli che battevano il terreno e la voce possente di papà cavallo che lo chiamava.

Si tirò subito in piedi e, con tutta la voce che aveva in corpo, chiamò papà cavallo “sono qui papà, vienimi a prendere!”.

Papà cavallo emerse da un cespuglio e gli corse incontro. Il cavallo Pasqualino gli getto le zampe al collo e, piangendo, promise che non gli avrebbe più disubbidito. Papà cavallo allora gli disse “se ti proibisco di fare una cosa, non è per puro divertimento, ma perchè sono più grande di te e so quali pericoli puoi correre. Non devi farlo mai più”. Ciò detto, gli dette una sonora lezione e tornarono a casa insieme.

Ecco, così terminavano sempre le fiabe del cavallo Pasqualino, con la frase “gli dette una sonora lezione”.

Inutile dire che le bimbe mi guardano ogni volta come se parlassi arabo, ma si divertono anche. Soprattutto quando modulo la voce a seconda delle situazioni. Quando saranno più grandi, spiegherò loro che questa favola, sempre uguale, ma sempre diversa, è una tradizione di famiglia. E, come io faccio ora con loro, anche loro avranno questa simpatica eredità da trasmettere, un giorno, ai loro figli.

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