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I mille colori dell’arcobaleno

pappagalli_5Ovvero, dell’omofobia raccontata, a suo tempo, alle ragazze. Non ora. Troppo presto. Né tra qualche anno. Ma tra un decennio, sì, penso che mi armerò di pazienza e spiegherò alle piccole qualcosa in più sulla paura del “diverso”, dell’altro da sé. Che poi magari, tra 10 anni, tutto questo parlare e farneticare e sindacare sulle questioni di genere non sarà più così trendy nè tanto meno in auge. Speriamo. Non voglio scrivere giudizi di valore (a quale titolo poi?). Ma soltanto dire che la società cambia. La gente cambia. La percezione della presunta normalità e della quotidianità cambia.

Ho avuto e ho ancora amici gay. Non sono viziosi e nemmeno malati. Sono semplicemente persone che hanno un orientamento sessuale diverso dal mio. Non esiste giusto o sbagliato. Esiste, invece, una maggioranza e una minoranza. Una minoranza che ora non si nasconde più. E che poi, forse, tanto minoranza nemmeno è. Alcuni dei miei amici (per la maggior parte sono donne in corpi maschili) hanno dovuto subire e subiscono ancora vessazioni e derisioni e trattamenti barbari di tutti i tipi. Ne ricordo con affetto uno, in particolare. Gregorio. Un bravo ragazzo, che faceva il commesso in un negozio di abbigliamento di Bra. La titolare una pazza furiosa. Quella sì, sui generis. Da additare. Ma comunque… Lei lo trattava come un appestato e non perdeva occasione per tiranneggiarlo e apostrofarlo con parole che preferisco non ripetere. Proprio lei, che veniva tacciata di ogni vizio possibile e immaginabile, super-rifatta (anche parti che nemmeno immaginavo potessero essere sottoposte a chirurgia estetica), che correva appresso a tutti gli uomini che entravano nel suo negozio. Giovani, meno giovani, ammogliati, fidanzati. Qualsiasi essere di sesso maschile attraeva le sue bavose attenzioni. Però, lei, dai gusti “giusti” e dall’orientamento sessuale nella “normalità”, poteva permetterselo. Gregorio, invece, lo chiamava “il vizioso”, la “checca isterica”, il “frocio”, quando voleva essere gentile.

Gregorio era tutto fuorché un vizioso, men che meno una checca isterica. Semplicemente era, davvero, una donna nata in un bozzolo a foggia d’uomo, che le andava troppo stretto. Che la soffocava. Per anni questo amico ha cercato una sua dimensione. I tentativi di reprimere la sua naturale inclinazione, di farsi una vita di coppia come quella di tutti gli altri, di mettere a tacere le malelingue. Tutto inutile. Se nasci tondo, non puoi morire quadrato. E nemmeno è giusto provarci. E, come una splendida farfalla, dopo anni tristi, decise di lasciare la piccola città di provincia per migrare in un’ultra dimensione più confacente alle sue esigenze. Non so dove sia, ora, ma spero che stia bene.

E se, ai tempi degli antichi Greci e dei Romani, l’omosessualità era vista, al pari dell’eterosessualità, come una ricerca del bello e di una dimensione personale scevra da qualsiasi considerazione di genere, per quale motivo, oggi, andrebbe condannata? Ognuno può fare come meglio crede. Ognuno di noi è nato libero (più o meno), dotato di libero arbitrio. Quindi, perché alcuni dovrebbero uniformarsi ai comportamenti dominanti? Semplicemente per seguire la massa, come un gregge di pecorone stupide?

Che poi, se addirittura Papa Francesco (che Dio lo preservi per moltissimo tempo) ha affermato “chi sono io per condannare i gay?”, allora su quali basi omuncoli e donnicciole dovrebbero ergersi a detentori della verità e della morale comune? No, scusate, ma qui si esce dal tracciato e si entra a piè pari nel trash. Come già ho detto (e lo ripeto), la libertà di ognuno di noi finisce esattamente al confine di inizio di quella degli altri. Si può essere d’accordo, si può dissentire. Ma non per questo si hanno le credenziali per giudicare.

Ecco, alle bambine, quando sarà il momento e quando, inevitabilmente, arriveranno le domande, dirò che Dio ci ha creati tutti uguali e tutti diversi. Che la bellezza del mondo in cui viviamo sta proprio in questo, nella leggerezza dei mille colori dell’arcobaleno.

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