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L’uomo flessibile

daverio-headSono laureata in Sociologia e mi ritengo, a tutti gli effetti, una sociologa. La vita, poi, mi ha portata a fare altro, ma non importa. Il pezzo di carta mi è servito per inseguire, raggiungere e tentare di mantenere vivo il mio sogno. Ricordo un esame in particolare (fatta eccezione per Diritto Costituzionale Comparato e Istituzioni di Diritto Pubblico che ancora mi sogno con angoscia la notte), Sociologia dell’Organizzazione, tenuto dal temutissimo Professor Giuseppe Bonazzi, che sarebbe poi diventato il mio relatore di Laurea. Tra i tomi infiniti da studiare, ce n’era uno in particolare che ha cambiato la mia vita e il mio modo di vedere la realtà: l’Uomo Flessibile, di Richard Sennett.

Luomo-flessibile-di-Richard-SennettIn sostanza, questo volume spiegava come il capitalismo flessibile influisse sulle esperienze lavorative dei singoli e sul loro curriculum. 13 anni fa, questo libro era considerato un esempio di come le realtà lavorative funzionassero soprattutto in America: flessibilità, precarietà, mobilità erano caratteristiche che accompagnavano i lavoratori americani dal loro ingresso nel mondo produttivo fino all’utopia della pensione. In Italia, era impensabile una visione di quel tipo. Con Mamma Fiat che spadroneggiava allegramente nel mercato dell’auto, chiamando a sé orde di lavoratori di ogni genere e sesso e istruzione, l’italiano medio non pensava neppure alla possibilità di ritrovarsi, ad un certo punto, a dover cambiare lavoro. Entrare in un’azienda, piccola o grande che fosse, significava farlo per la vita. Il lavoro era una realtà parallela in cui ci si costruiva una sorta di seconda famiglia, con valori condivisi, un’assistenza sanitaria a coprire tutte le spese o quasi, feste per le famiglie e regali per i figli.

Non è che oltre Oceano la questione della flessibilità fosse vista con favore. Il lavoratore veniva investito da un profondo e straziante senso di inadeguatezza: il fatto di dover cambiare spesso, non solo posto di lavoro, ma anche città, colleghi, mansioni, visione comune, era spiazzante. E creava disagio.

Ripensandoci adesso, non posso non ammettere quanto il Professor Richard Sennett sia stato lungimirante. Con la sua fredda e razionale e precisa analisi del mercato lavorativo americano, ha posto le basi per la stessa, lucida analisi di come si sarebbe evoluto, sui medesimi binari, il mercato del lavoro in Italia e nel mondo. Con una differenza sostanziale: mentre gli americani sono, diciamo, avvezzi a situazioni di questo tipo, noi italiani (non tutti, ma la maggior parte) siamo più rilassati. Il lavoro ci deve cadere addosso, possibilmente dietro casa. Deve essere sicuro, a tempo indeterminato, con benefici e bonus come se piovesse. Ma soprattutto, non deve farci allontanare più di tanto dal nostro piccolo guscio. Altrimenti andiamo in crisi e cadiamo nella depressione più nera. Fisica, mentale e monetaria. Questo discorso è tanto più vero se si prendono in esame le “vecchie generazioni”. Quelle, cioè, di chi era all’apice della carriera e del successo negli anni ’70-’80.

Quelli della mia, di generazione, invece, hanno ricevuto stimoli diversi e si sono adeguati all’alta e bassa marea dei cambiamenti. Anche qui, ovvio, non si può generalizzare.

Io sono un esempio di flessibilità. Ho cambiato, nel corso della mia carriera lavorativa, quattro posti di lavoro. Non che questo non abbia portato alcuni scompensi nella mia quotidianità, conditi di incertezza, frenesia, spaesamento. Ma ogni cambio è sempre stato ricco di adrenalina, aspettative, ansia da prestazione. Le nuove opportunità e le nuove sfide mi hanno dato la carica. Non si può più, e non si deve, restare fermi in un posto, aspettando che il tempo passi, senza intoppi. La vita di oggi è un pánta rêi. O meglio, lo è sempre stata, ma non veniva percepita come tale.

Chissà quando saranno grandi le mie figlie, come sarà. Sicuramente non esisterà più una “sede lavorativa”. Si potrà fare tutto da ovunque. Anche da una sperduta e assolata spiaggia nel mezzo dell’Oceano. E allora, mentre loro batteranno furiose sui tasti dei loro minuscoli PC portatili, io me ne starò in relax coi piedi a mollo. A osservare la loro, di flessibilità.

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