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L’ABC dell’educazione

educazione_fortiCome vorrei che fossero le mie figlie? Come vorrei che si relazionassero con gli altri? Partiamo da un presupposto fondamentale: quando si hanno tredici o quattordici anni, si pensa “io, quando avrò figli, non sarò MAI come mia madre. Non farò questo, non metterò questi paletti, non impedirò loro di fare questo, quello e quell’altro ancora”. Io pensavo alcune di queste cose, ma soprattutto pensavo che mai e poi mai sarei stata severa come mia mamma lo è stata con me. Le uscite la sera? Andate e divertitevi. Un orario di rientro? Mai e poi mai. Anche se, per ora, è prematuro affrontare l’argomento “vita notturna”, tuttavia ritengo che alcuni fondamenti basilari comincino già a farsi spazio a gomitate nel ménage quotidiano.

I bambini sono e diventano come li si educa. A me hanno insegnato a dire “ciao” alle persone che conoscevo bene (prevalentemente famigliari e amici intimi di famiglia), “buongiorno” a tutti gli altri. Mi hanno insegnato a chiedere “per favore” quando volevo qualcosa, a dire “grazie” quando l’avevo ottenuto. A non interrompere gli adulti mentre parlano. A cedere il posto agli anziani sui mezzi di trasporto. A cedere il passo a quelli più grandi di me quando si entra da qualche parte. A non alzarmi da tavola prima che tutti avessero finito di mangiare o, in alternativa, a chiedere il permesso di alzarmi. Per andare a giocare.

No, non mi sento una sfigata. Non mi sentivo una sfigata nemmeno allora. Fatta eccezione per gli orari da caserma imposti per le uscite serali. Grazie all’educazione ricevuta e alle linee guida che ho fatto mie, mai nella vita mi sono sentita fuori posto. A disagio. Mai. Ecco, vorrei che anche per le mie figlie fosse così. Vorrei che diventassero persone consapevoli di stare al mondo insieme ad altri. Di non essere parte della popolazione dei Barbari venuti giù con la piena. Vorrei che diventassero due ragazze educate, rispettose, capaci di affrontare qualsiasi situazione e di essere, in qualunque modo, a loro agio. Che si tratti di una cena con amici, di un compleanno di amichetti o di un vernissage alla presenza della Regina. Esagerazione a parte, vorrei che fossero mosche bianche in mezzo a mosche normali. Vorrei che si distinguessero per l’educazione ricevuta (d’altri tempi, forse, ma molto meglio così) e per la capacità di comprendere che loro sono le ultime arrivate e che l’arroganza, fine a sé stessa o come conditio generale, è sempre evitabile.

Per ora, devo essere sincera, è davvero dura. Una sorta di lotta contro i mulini a vento. Per di più, le poche parole che dicono fanno parte di un loro linguaggio tutto particolare. Infilarci dentro un “grazie” o un “per favore” è ancora utopia pura. Siamo, per adesso, al punto di “no” e “si”. Ancora non hanno ben chiara in mente la distinzione. O meglio, capiscono benissimo il “no” dal tono della voce, ma se ne fregano! Tuttavia, come per tante altre cose, basta perseverare. Posso farcela. E, anche se ci sarà chi mi remerà contro, chi tenterà di disfare tutto quello che io cercherò di costruire, con pazienza e un pizzico d’astuzia, sono sicura che potrò ottenere gli stessi risultati che mia madre sperava di avere per me.

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