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Martina Levato e il suo bambino

peloucheNe abbiamo sentito parlare a iosa. In continuazione. Su ogni TG e rete nazionale e locale. Martina Levato è quella giovane donna, di buona famiglia o di famiglia quanto meno benestante (almeno credo, visto che frequentava la Bocconi, un ateneo non accessibile a tutti), che un giorno non sapendo bene come occupare il suo tempo e quello del suo compagno, ha deciso di gettare dell’acido in faccia al suo ex-fidanzato. Il tutto, secondo quanto dichiarato su tutti i giornali, rotocalchi e pezzi di carta disponibili (nonché canali web), per necessità di purificazione. In buona sostanza, sembrerebbe che la mente dietro il fatto sia quella del compagno di lei, Alexander Boettcher, che esigeva che qualsiasi uomo avesse avuto dei rapporti con la sua compagna (extraconiugali, chiamiamoli così…), venisse “eliminato” dalla faccia della terra. Col beneplacito di lei, ovvio, che di lui si è resa complice.

Detto ciò, sebbene si parli di un uomo sfigurato, di una donna dall’animo perso e di un tizio gelido più del freddo più intenso che si possa provare, esiste una quarta vittima. Il bimbo che il 15 agosto ha visto la luce. Il bimbo che, per nove mesi, ha vissuto in simbiosi gli sconvolgimenti anaffettivi della madre, le sue paure (forse), i suoi tormenti (speriamo), le sue lacrime (non ci giurerei). Di sicuro, questa piccola creatura senza colpe, oltre ad essersi ritrovata fuori nel mondo reale, ben lontano dal morbido e accogliente grembo materno e ad essere nata con già ben circa 35.000 € di debiti a guisa di spada di Damocle, ha anche dovuto fare i conti con l’immediata separazione dalla mamma.

E qui si sono scatenati pareri contrastanti di ogni genere e provenienti da qualsiasi parte. Da psicologi a psicoterapeuti, a tuttologi a massmediologi. Quindi mi sono detta, perché non dire la mia? In fin dei conti, se anche starlette di fama più o meno nazionale si sono potute esprimere (pur non avendone né la competenza né tanto meno una parvenza di immedesimazione), perché io dovrei tacere?

Premesso che la questione è delicatissima e difficile, che non sono una psicologa né un avvocato né un’esperta in materia, tuttavia, sono una madre. Solo da 15 mesi, ma pur sempre una madre. E quando ho saputo che alla Sig.ra Levato non era nemmeno stato possibile abbracciare suo figlio, cullarlo per pochi istanti, baciargli la testolina, mi è sembrato abominevole. Inumano e altrettanto anaffettivo. Forse ancora di più. E mi sono chiesta: con quale diritto si strappa un figlio dalle braccia della madre? Madre che può essere definita come si preferisce e rientrare nelle peggiori categorie esistenti al mondo, si può considerare altra da noi e aborrire la sua presenza fisica. Si può anche condannare da qui all’eternità, ma quel momento magico, quell’attimo in cui per la prima volta si vede il proprio bambino e lo si tiene tra le braccia, nessuno può arrogarsi il diritto di negarlo. Nemmeno alla madre peggiore al mondo.

Che si è macchiata di un crimine orribile, senza alcun dubbio, ma che rimane sempre una madre. Che dovrà scontare 14 lunghi anni di carcere (almeno secondo la sentenza di primo grado) e non avrà il privilegio di veder crescere il suo bambino. E che forse non ne avrà la possibilità nemmeno dopo, una volta uscita dal carcere. Il carcere dovrebbe essere, almeno secondo eminenti personaggi quali Cesare Beccaria e Immanuel Kant (non proprio dei cretini) un luogo di correzione. Un luogo che permetta alla persona reclusa di reinserirsi nella società, dopo un adeguato periodo di correzione appunto. Beh, in Italia come in molti altri Paesi del mondo è evidente che così non è. Se, per prima cosa, si toglie alla madre il proprio figlio. Se nemmeno le si da la possibilità di tenerlo tra le braccia.

Seppur si sia macchiata di un crimine feroce, abominevole e tutto quello che volete, con quale diritto? Sulla base di quale legge, civile, penale, morale, si può fare una cosa del genere? Io lo trovo altrettanto orribile e spregevole, ma mascherato da una parvenza di legalità e finto perbenismo.

Questa vicenda mi ha fatto schifo. E mi ha provocato un senso di pena e di compassione. Ha trasformato la carnefice in vittima. Se poi si pensa che il Tribunale dei Minori sta valutando la possibilità di dare il bambino in adozione ad una famiglia, anziché far affidamento sui nonni… Beh, preferisco tacere. Ci sono persone molto più competenti di me che prenderanno la decisione. Quanto questa decisione possa essere giusta, solo il futuro ce lo potrà dire. E il bambino. Che quando sarà grande avrà un fardello niente male da portare sulle spalle.

Questo, ovvio, è il mio personalissimo punto di vista.

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