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Pensieri del lunedì

Mamma, lo so, non ti ritroverai in questa immagine...ma prendila per quello che è, una simpatica allegoria!
Mamma, lo so, non ti ritroverai in questa immagine…ma prendila per quello che è, una simpatica allegoria!

E poi, dopo un incidente e tre settimane gomito a gomito, ti svegli una mattina e vedi che tua mamma non c’è più. A casa tua, dico. Per carità! E pensi ai 21 giorni intensi trascorsi insieme e a tutti quelli ancora più intensi che sono passati nel corso dei mesi e degli anni. E una fitta di nostalgia ti pervade. Sì, perché anche se il rapporto madre-figlia è conflittuale, a tratti problematico, rimane comunque un rapporto e un legame che non si può cancellare con un colpo di spugna. Ma nemmeno si deve. Non ce n’è bisogno. Qualcuno lo fa, per poi ricredersi e rimpiangere i momenti, anche di scontro, quando questi non ci sono più. Taglia il cordone ombelicale! Beh, cari miei, l’ho già fatto anni e anni fa. Quando sono andata, armi e bagagli, a vivere da sola (sì, da sola). Il distacco, allora, è stato meno forte di quello di adesso. Crescendo si impara, si danno delle gran musate nei muri, si prendono potenti calci nel sedere. E le prospettive e i giochi di luce cambiano forma e colore. Insomma, si vedono le cose diversamente.

E non posso fare a meno di pensare ai momenti belli e a quelli brutti che abbiamo vissuto insieme: alle gioie, ai grandi dolori, alle riprese e alle ricadute. Sempre insieme, anche se magari con chilometri e chilometri a dividerci. E penso anche a quando inizio una frase (o lo fa lei) e non c’è bisogno di continuare. Ci capiamo al volo. No, non è solo empatia. E’ anche conoscenza profonda l’una dell’altra. Sì, il cordone ombelicale, cari miei, dovrebbero tagliarlo tutti. Ma proprio tutti. E’ soltanto un pezzo di noi che deve per forza di cose cadere. Per lasciare spazio ad altro. A sentimenti ben più profondi e maturi e adulti. Ci sono, nel corso della propria vita, tante persone che rendono la nostra esistenza degna di essere vissuta. Ma ce ne sono poche che ti amano davvero. A prescindere da come sei, da come ti comporti, da come ti vesti, da quello che dici. Ce ne sono poche che, anche se sbagli, ti perdonano e sono lì, pronte ad indicarti nuovamente la via giusta per te. A consigliarti, a tenderti la mano quando cadi, sempre di nascosto, che se ce la fai a rialzarti da solo, tanto meglio.

Ieri, tornata a casa dopo 21 giorni di convivenza forzata post-incidente, ho ritrovato il solito spazio, le solite stanze, i soliti rumori. Le bambine che correvano, i giochi lanciati come razzi, la musica, il cane. Ma, nello spazio quotidiano, nell’ambiente che dovrebbe essermi famigliare, mancava qualcosa. Mancava la presenza, a tratti rumorosa e vulcanica, di mia mamma. Dov’erano le mille cose sparse ovunque? Dov’era il disordine? Dov’erano le valigie, il rumore della TV accesa in cucina a far da brusio continuo in sottofondo? Dov’era la spalla su cui appoggiarmi, in attesa di ricaricare le pile? Quella spalla dolorante cui appioppare le belve feroci, almeno per qualche minuto? La mano che cucina, prepara il tavolo, aiuta nelle piccole, grandi cose casalinghe? E no, scusate, non è questione di cordone ombelicale dei miei stivali. E’ un aiuto. Un aiuto sempre presente (poverina, essendo ospite, non è che possa liberarsi tanto facilmente né avere qualche spazio libero per sé). Un aiuto su cui conto e conterò per ancora molto tempo.

La mano che, quando ero piccola, mi aiutava a fare i primi, incerti passi, ora aiuta le piccole a rialzarsi, le corregge, le sostiene. Da nonna, non da mamma, ma con un valore, se possibile, ancora più grande. Diciamolo pure: da seconda mamma, più che da nonna. E, a conclusione di questa sviolinata del lunedì mattina, voglio dire a questa donna GRAZIE, di esserci sempre stata. Per me, ma anche per noi. Ciao Nonna Tox, a presto.

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