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Evoluzione della borsa

borsa-maryAh, le borse, la mia passione. Il mio micro-cosmo personale. La mia mini-casa viaggiante su spalla o su avambraccio. Dipende dai casi. Ci pensavo l’altro giorno a come sono cambiate le borse che ho acquistato e che porto con me, nel corso dei decenni. Se da ragazzina amavo particolarmente gli zainetti, comodi, pratici, infilati sulla schiena a guisa di carapace. Dentro poche cose, nemmeno tanto essenziali: le chiavi di casa, i fazzolettini, il portafogli con dentro poche decine di monete del vecchio conio, la carta d’identità (quando mi ricordavo dov’era) e il burro-cacao. Nient’altro. Ogni tanto, dentro, comparivano delle figurine degli album che stavo cercando di completare in quel momento (mai finito uno!) e, sporadicamente, un rossetto e uno specchietto. Mai usati. Li ho ancora da qualche parte. Lo specchietto e il rossetto intendo. L’uno è talmente polveroso che sembra risalire alla Dinastia Ming, l’altro è così duro che a tirarlo per terra rischi di produrre un cratere nel pavimento. E non scherzo.

Poi, col passare degli anni, le cose sono cambiate e anche i miei gusti. Gli zainetti ho cominciato ad odiarli. In modo viscerale. Mi sembravano (e mi paiono tutt’ora) l’antitesi dell’eleganza. Una protuberanza scomoda e facile al borseggio, più adatta a studenti e scolari delle elementari che ad una ragazza nell’età post-adolescenziale. In quel periodo, e fino al compimento dei vent’anni circa, gli oggetti del mio desiderio erano senza dubbio le borse a tracolla, piccoline e super-colorate. Ho passato anche una fase cheguevariana, con l’amore profondo per borsine intrecciate a mano, dai mille colori dell’arcobaleno, spesso in cotone o lana, a seconda della stagione. Era il periodo del liceo, dove imperava la cultura del grunge, della sinistra hippy-chic, delle kefiah legate in vita, con i pon pon a scendere sulle gambe, da veri rivoluzionari. Peccato che lo scopo originario delle kefiah sia quello del copricapo. A noi poco importava, le usavamo come delle cinture lunghissime, simbolo di un’appartenenza sciocca e priva di personalità ad un gruppo: quello dei liceali che, almeno a Bra, scioperavano, occupavano la scuola, andavano alle Veglie del Liceo a Le Macabre, innalzavano barriere di cartongesso nei confronti della dittatura degli adulti. Penso che sia un periodo che tutti noi abbiamo passato. Io, per quel che mi riguarda, mi sono anche divertita moltissimo. Ma tornando alle borse, come dicevo, la forma e la taglia delle stesse era piuttosto contenuta. Dentro, poi, oltre ai soldini necessari per il sostentamento fuori casa, le chiavi della macchina, la crema per le mani, i documenti d’identità, la patente (da mostrare con orgoglio ai più giovani, non ancora motorizzati), la fototessera del fidanzatino di turno e il bramato, adorato cellulare. Status symbol dei miei stivali se si pensa che oggi persino i ragazzetti delle elementari ne hanno uno. E non certo del peso e delle dimensioni di una baguette farcita come erano quelli della mia giovinezza. Ma tant’è. Avere il cellulare e poterlo sfoggiare di fronte a chi non ne possedeva uno ti rendeva immediatamente un super-eroe.

Con il passare degli anni e il crescere dell’età, anche le dimensioni delle mie borse sono aumentate. In modo esponenziale. Più che delle borse (e ora che sono mamma ancora peggio) sono diventate delle appendici di misura un filo ridotta delle valigie. Dei trolley, per intenderci meglio. Sono escrescenze enormi che mi porto appresso ciondolante, del peso di circa quattro-cinque chili, con dentro di tutto.

Bando ai rossetti, alle creme (quelle per le mani almeno), ora dentro si trova di tutto e di più: dalle salviettine pulisci culetto, ai pannoloni d’emergenza, dalle creme per arrossamenti cutanei ideali per bebè, all’intera confezione di fazzolettini di carta (mica uno solo eh? meglio averle tutte), dalle chiavi di casa-ufficio-auto, ai giochi per le bambine, dai documenti d’identità (anche i loro!) al caricabatterie del cellulare (che se si scarica mentre sono in giro che faccio?), al cellulare mio e quello aziendale, alle tessere Bimbo-Store Esselunga Biba Prenatal Chicco Idexé Brums, ai ciucci di emergenza e relativi porta-ciuccio, alle bottigliette d’acqua, a tutto ciò che può servire come pronto soccorso tipo cerotti, disinfettante gel e tanto altro ancora. La borsa di una mamma non è più una borsa, è un ricettacolo di intrusi che la rendono simile ad una scatola magica da cui estrarre, al momento opportuno, ciò che più serve. Salvo poi aver bisogno, che so, del burro cacao per le labbra che hanno deciso improvvisamente di screpolarsi e non averlo. E assumere a quel punto le fattezze di Joker, con tanto di ghigno malefico incorporato. Perché una delle grandi verità che ho scoperto (un pò come l’acqua calda…), da quando sono mamma, è che se prima ero una persona a sé stante, da quasi 17 mesi non lo sono più. La vita ruota in funzione delle gemelle e delle loro necessità. Le mie passano in secondo piano. E poco importa se, date le dimensioni della borsa, se dovessi imbarcarmi su un aereo mi farebbero pagare il sovrapprezzo per extra luggage, qui si tratta di avere a portata di mano tutto l’occorrente e l’essenziale per sopravvivere alle uscite pubbliche con le Gem. Con buona pace delle mie adorate borsettine, che ancora languono nell’armadio. In attesa di un rientro di scena col botto. Magari tra qualche anno, però…

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