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Che rumore fa la tristezza?

L-arte-e-una-lacrima-di-cristalloCi sono parole sussurrate e parole urlate. Io, personalmente, temo molto di più le prime. Hanno la potenza di un terremoto o di uno sparo. Mentre le altre, seppur facciano più rumore, non tardano a perdersi nell’aria. Le prime, almeno per quel che mi riguarda, tracciano solchi indelebili nella mente e nell’animo, le seconde vengono, aleggiano per un pò, e se ne vanno. Le parole sussurrate o, peggio, dette con tremenda naturalezza, feriscono molto di più di discussioni accese e di toni fuori dalle righe. Accompagnano per mano la tristezza, la introducono con pacata calma nel cuore e li ve la lasciano. E’ quel tipo di tristezza bastarda, che avvolge tutto come una macchia d’olio. Difficile da lavare via. E anche se ti ci metti d’impegno, un pò d’unto rimane sempre. A testimonianza di qualcosa di coriaceo che si è impadronito di uno spazio che ha eletto suo e non vuole lasciare.

Le parole sussurrate, pronunciate con tranquillità innaturale e mortale, ma anche con rassegnazione, hanno unghie forti e sporche. Scavano solchi e lasciano cicatrici che fanno fatica a richiudersi. Che bruciano e si infettano. Dietro di loro, una scia di espressioni e pensieri detti con apparente noncuranza che tornano, sempre e comunque, a far capolino nei pensieri di chi le ha udite.

Se si discute, le parole sussurrate sono bombe a mano lanciate da distanza ravvicinata. Squarciano l’aria. Hanno un’onda d’urto forte in grado di spostare e far vacillare anche le credenze più forti. I sentimenti più saldi. Il bene più convinto. L’aria, dopo lo scontro sussurrato, è satura di incredulità e tristezza. Di rassegnazione e delusione. Preferisco mille volte gli scontri urlati, magari con contorno di piatti che sorvolano l’ambiente, a quelli a soffio d’aria. Preferisco le parole urlate a quelle pronunciate a fior di labbra, appena accennate.

Una discussione con parole sussurrate, preludio della rassegnazione, creano scombussolamento e tristezza. Una tristezza che diventa compagna di intere giornate e lunghe nottate. Una tristezza che, incontrandoti per caso, ti riconosce e ti abbraccia. Come se fosse la tua migliore amica, mentre invece gioca solo con i tuoi ricordi e con i tuoi sentimenti.

Che rumore fa la tristezza?

La tristezza fa plic, plic, plic.

E’ una goccia che cade da un rubinetto chiuso male. Scende continuamente nell’acquaio. Con costanza e precisione. E’ uno stillicidio mascherato da normalità, che di normale non ha proprio nulla.

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