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Conversazione rubata

Copyright Elena Checchi
Copyright Elena Checchi

Quante cose si possono ascoltare sul treno. Stralci di conversazioni rubate, tra perfetti sconosciuti o tra amiche. E tu, seduto di fianco a loro come per caso, sei testimone di mille sfumature di colore e sentimento, senza volerlo. Come un ignaro guardone e impiccione. Ma non puoi fare niente, se non tapparti le orecchie oppure, tuo malgrado, ascoltare e fare, a tratti, tesoro di quello che viene detto. Due amiche questa mattina erano sedute vicino a me. Una, lo sguardo triste, raccontava del suo matrimonio che stava andando sempre più a rotoli. L’altra, quasi annoiata e con l’atteggiamento di chi, nonostante tutto, deve ascoltare, che annuiva stancamente tra uno sbadiglio e l’altro.

La donna che raccontava avrà avuto all’incirca la mia età. Di lei mi ha colpito la rassegnazione, il tono di voce basso, quasi un sussurro. Come di chi ha bisogno di sfogarsi, ma ha paura di dare fastidio. Ho pensato che fosse una persona che, nonostante il carattere forte, fosse arrivata ad un punto di quasi non-ritorno. Stanca di lottare. Stanca di discutere. Stanca di vivere la vita che il caso e la sfortuna avevano messo sulla sua strada.

In circa mezz’ora, e mi perdonerà questa donna se oggi parlo di lei, sono entrata con un balzo nella sua esistenza. Sposata, due figli piccoli, un marito che sembra volerle bene, ma non la ama più. O almeno, questo è quello che percepisce lei. Trenta minuti a raccontare di una vita routinaria, sempre le solite cose, le corse tra ufficio, casa, spese, visite alla mamma vedova. Tanti, troppi problemi a casa. E l’amica cosa faceva nel frattempo? Sbadigliava, controllava il cellulare alla disperata ricerca di un messaggio che non c’era, si controllava le unghie laccate di nero. Ogni tanto tirava fuori uno specchietto per sistemare il ciuffo. Annuendo appena, tra un “eh già” e un “certo, capisco”. Che poi, a dirla tutta, era palese che non stesse ascoltando. Anzi, le confidenze e il bisogno urgente dell’amica di sfogarsi si capiva che le davano fastidio. La donna, quasi in lacrime, ad un certo punto le dice che non ce la fa più. Che non riesce più a sostenere la situazione che sta vivendo, che la logora e la lascia spossata, senza forze né slancio. Le dice che sa che dovrebbe tenere duro, se non altro per i figli. Ma che ha capito che la sua relazione, il suo matrimonio, sono pressoché arrivati all’ultima fermata. E quando si arriva al capolinea, è necessario scendere. Che se no, il treno riparte e ti riporta al punto di partenza. Ma nella vita, non è possibile tornare indietro. Bisogna, sempre e comunque andare avanti.

“Non ho altro motivo di gioia se non i miei figli, che ci sto a fare con quest’uomo che pensavo diverso? Che ritenevo potesse essere il compagno di una vita, mentre invece, col passare degli anni, siamo diventati una sorta di coinquilini? Che dividono le spese, a volte nemmeno quelle? E niente di più?”. La sua richiesta di aiuto, svanita in un ritocco di rossetto. E ho provato tenerezza per lei, per la sua necessità di confidarsi e di sentirsi capita. Chissà come risolverà i suoi problemi. Continuerà il suo pseudo-matrimonio o avrà il coraggio di mollare tutto?

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