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1 dicembre 1992

Caro papà, ne sono passati di anni, eh? Oggi ne contiamo ben 13. Come l’età che avevo quando mi hai lasciata. Dicono che il 13 porti fortuna. A me non pare. A me, a noi, ha solo portato tanta, tantissima sfortuna. Un mese di ospedale, colloqui dietro vetri sporchi e impersonali. Un unico, brevissimo, abbraccio rubato. Con quella intesa papà-figlia che ci ha sempre contraddistinto. Se avessi saputo che sarebbe stato l’ultimo abbraccio, l’avrei fatto durare di più. Se avessi saputo che non ti avrei più visto, ti avrei osservato meglio. Se avessi saputo che non ti avrei più ascoltato, avrei portato con me un registratore, per imprimere su pellicola la tua voce. Quella voce che tento spesso di rievocare, ma che, ora come ora, suona troppo distante per riuscire a coglierla.

dicembre-1992L’ultimo ricordo forte che ho di te è di un uomo dimagrito, con uno sguardo finto-lieto finto-felice finto-tranquillo. So bene che lo facevi per me. L’ho capito ancora meglio dopo. Quando sono diventata mamma e ho compreso che, di fronte ai figli, si deve cercare di trasmettere serenità. Anche se dentro si ha paura. Anche se il cuore è gonfio di tristezza e di ansia. Per il loro bene. Tu l’hai fatto nel migliore dei modi, con me. Io non so se con le Gem sono all’altezza del compito di madre. Ma ci provo.

E quella telefonata nel cuore della notte, come una bomba. Mamma che si prepara di corsa, Zia Eda che viene a dormire in casa con me, io che non riesco a riprendere sonno. Ma che poi, nonostante tutto, mi riaddormento. E la mattina di quel maledetto martedì 1 dicembre del ’92, alzando le tapparelle sul giardino di casa, ho visto che il grande pino non c’era più. Era stato tagliato. Dell’enorme pianta che sovrastava la casa, rimaneva solo un piccolo moncherino di tronco. E allora ho capito. Che anche tu non c’eri più. Che te ne eri andato. Ho pregato Dio che prendesse me, al tuo posto. Ma Dio non mi ha ascoltato. Sono ancora qui. A ricordarti giorno dopo giorno.

Cosa hai chiesto tu, quando hai capito che te ne stavi andando? Quale preghiera non esaudita hai rivolto?

Cosa hanno chiesto quei medici incompetenti che ti hanno lasciato morire? Quale peso portano sulla loro coscienza? Nemmeno uno, credo. Loro se ne sono dimenticati dopo qualche giorno. Io no. Mamma nemmeno. Noi non dimentichiamo.

Oggi, papà, è un giorno che non riesco a cancellare dalla memoria. Un giorno in cui una figlia adolescente ha perso il padre. Un giorno in cui la mamma ha dovuto dare comunicazione alla figlia delle morte del papà. Con una semplice frase “Papà voleva che ci volessi bene”. Una frase che mi ha fatto subito capire che il trio si era trasformato in una coppia. Una frase che scatenò urla isteriche da parte mia. E lacrime, tantissime copiose lacrime.

Ancora oggi, se ci penso troppo, piango. Non smetterò mai, forse. Poi però guardo Ludovica e Veronica, il loro modo di interagire, la loro forza, i loro sorrisi. E penso che, dopotutto, non sei morto per davvero. Una piccola parte di te vive in loro. E allora penso anche che, quando le abbraccio e le bacio, quegli abbracci e quei baci è come se, in parte, li dessi a te. A sopperire quelli che non ho potuto darti quando stavi per andartene.

Ti voglio bene, papà. E ti penso sempre.

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