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Via Sant’Anselmo, 19/bis, Torino

Augusta Taurinorum, Via Sant’Anselmo, 19/bis: questo l’indirizzo in cui ho abitato per quasi quattro anni. Questo l’indirizzo della mia casetta da adulta, a Torino. Correva il lontano 2004, anno in cui cominciai la mia avventura in un’Agenzia di Comunicazione di Torino. Agenzia in cui lavorai per circa sei, lunghi anni. Tra alti e bassi. Ma di questo non voglio parlare, oggi. Oggi voglio ricordare quei meravigliosi anni di indipendenza, solitudine (prolifica e dolce), uscite serali, cene, aperitivi, giri in centro, shopping, amici. Anzi, amiche. Tre su tutte, Danielle, Gabriella e Attilia. Passavo con loro (che erano anche colleghe, ed una lo è ancora) la maggior parte del mio tempo libero dopo il lavoro. Spesso le invitavo a casa, per cena, o anche solo come punto di incontro, per poi partire alla volta di bar e locali per aperitivi conditi di chiacchiere, risate, ricordi, esperienze. Le prime due americane, la terza italianissima.

TorinoIl mio appartamentino, un bilocale senza arte né parte, si trovava all’interno di un edificio vecchia Torino, con pretese da palazzo signorile, ma che in realtà dei bei fasti andati aveva solo qualche sparuto rimasuglio. Diciamo che era più la facciata, in tutti i sensi, a dar al palazzo un minimo di decoro. Per il resto, sarebbe stato tutto da risistemare. Ad ogni modo, io abitavo al terzo piano, con ascensore. Ascensore che arrivò ben dopo che io avevo preso possesso dell’appartamento e che ricordo potevo chiamare con il telecomando, visto che non tutti gli inquilini proprietari avevano pagato per la sua installazione.

Sul mio pianerottolo abitava una coppia di signori di mezza età, molto gentili e riservati. Per il resto, il buio più completo. Certo, mi capitava di incontrare altri inquilini entrando o uscendo, ma non sapevo né a che piano abitassero, né come si chiamassero. Semplicemente, era uno scambio di “buongiorno” e “buonasera”. Finito lì. E poi c’era il fantomatico, misterioso e odiatissimo inquilino del quarto piano. Un uomo che abitava esattamente sopra la mia povera testa. Un viveur, nel vero senso della parola. L’andirivieni di signorine allegre da e per il suo appartamento era costante e continuo e cominciava all’incirca intorno alle 23, ogni maledetta sera. Alle 23, se non ero fuori a cena o per un aperitivo, avrei sinceramente voluto tanto dormire in pace. Ma non era possibile. Diciamo che i piaceri della vita lui se li prendeva tutti e rendeva noi poveri vicini di casa partecipi di questi suoi meeting notturni. Finiti i quali, non calava certo il silenzio. Anzi. Lo stronzo accendeva il televisore a volume indecentemente alto, degno delle Rotonde di Garlasco, per intenderci. E andava avanti così, tutta la notte.

Ah, le mie notti movimentate e insonni nel torinese! Non bastava il vicino nottambulo, ma ci si metteva anche un locale aperto fino a tardi ben posizionato esattamente all’angolo di strada sotto il mio balcone: il Biberon. Non so nemmeno se esista ancora, quel locale. So solo che finché ho abitato a Torino, in Via Sant’Anselmo, quello era un ritrovo, diciamo così, cool, che richiamava giovani da ogni dove che si sbronzavano allegramente per poi dar luogo a risse e litigi che andavano avanti spesso e volentieri fino alle 3-4 del mattino.

Sì, da una parte quei quasi quattro anni (perdonate l’allitterazione non voluta) sono stati un incubo. Ma dall’altra parte, invece, li ricordo con un misto di nostalgia e affetto. La piccola sala/cucina, con il tavolo rotondo dove sedevo a mangiare sola la sera, di corsa, per poi accendere il computer e scrivere i miei pezzi per Style fino a notte fonda. Incurante del fatto che il giorno dopo avrei dovuto andare a lavorare. La poltrona scalcagnata, di un verde militare orrendo, ma tanto comoda, su cui mi sedevo per guardare un pò di TV. La grande camera da letto, con nicchie-a-mo-di-armadi a muro, piena di ogni cosa, dalle valigie agli abiti sparsi ovunque, dalle foto al comodino Ikea che mi ero dovuta comprare, perché sprovvista. Al balcone di affaccio sulla via, direttamente sopra il locale menzionato, dal quale avrei tanto voluto far partire getti d’acqua continua per disperdere la folla. E dal quale, invece, nelle calde nottate torinesi mi affacciavo stanca e stremata per guardare quella folla di amanti della notte che se la spassavano, urlando, alla faccia di chi invece voleva dormire. Al bagno, minuscolo, assolutamente non funzionale, stretto stretto con una piccolissima finestrella in alto, con la doccia che ogni tre per due si allagava e l’acqua scivolava silenziosa direttamente nella cucina. E io che pensavo “va beh, dai, due in uno, mi faccio la doccia e nel contempo lavo anche il pavimento!“.

No, non era una sistemazione idilliaca. In quei quasi quattro anni, spesso e volentieri, ho desiderato andarmene. Cercavo annunci, visitavo appartamenti, imprecavo contro la gente. Per poi rimanere lì. Perché tutto sommato, nel quartiere di San Salvario, mi ci sono trovata bene. Ho vissuto momenti di gioia e ilarità che non vivrò mai più. Ma forse è solo il fatto che quel periodo particolare della mia vita è stato speciale, grazie anche alle belle persone che ho incontrato e che ancora adesso, anche se in modo diverso, fanno parte della mia vita.

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