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A carnevale ogni fuga vale

Carnevale, tempo di far pazzie. Per quasi tutti, ma non per me. Semel in anno licet insanire, diceva Seneca. E sono parzialmente d’accordo. Ma se, per una volta all’anno, si deve “uscire da sé stessi” per forza in occasione del Carnevale, allora no, non sono d’accordo. Penso che ci siano molte altre occasioni in cui si vorrebbe fare qualcosa di diverso, di pazzo, di fuori dagli schemi. E non è detto che questo desiderio di pazzia debba coincidere per forza con le celebrazioni carnevalesche.

pierrotChe poi, a me, il carnevale ha sempre messo addosso una gran tristezza. Forse non sarò normale in questa mia sensazione, e mi tirerò addosso una marea di critiche, ma poco mi importa. Qui racconto le mie sensazioni, non quelle degli altri. E scusate se suono un tantino arrogante. Comunque, tornando al carnevale, ricordo ancora con orrore le feste che dovevo per forza seguire da bambina: dall’asilo alle sfilate per strada nel centro di Bra e altrove. Gente che rideva, gente che urlava, gente che ballava forsennata in mezzo alla strada e poi loro, i carri di cartapesta. Che se per caso pioveva, addio agli addobbi, le maschere diventavano una agghiacciante colata di nero e rosso e giallo, come una ballerina di teatro, pittata a festa, che cadendo comincia a piangere e tutto il mascara giù per le guance. Solchi neri e profondi di tristezza.

Le varie maschere che ho impersonato e che ricordo erano, nell’ordine, Pierrot (che forse era l’unica che mi si addicesse veramente, con quell’unica lacrima sulla guancia a testimoniare il mio discostamento dalle celebrazioni) e la fata turchina (abito azzurro tempestato di stelline argento con l’immancabile bacchetta magica, con una gigantesca stella dorata sulla punta). Non ne ricordo altre. Ricordo però che, quando mi portavano fuori, visto il tempo non propriamente clemente di febbraio, mi infarcivano come un panino imbottito e, più che Pierrot o la fata turchina, sembravo un omino Michelin fuori luogo. Diventavo un cilindro grasso e impacciato nei movimenti.

A proposito di fata turchina, quel costume lo usai anche in occasione di una festa organizzata nell’asilo che frequentavo. Ho ancora la foto: una ventina di bambini impettiti e orgogliosi del proprio travestimento. E tra quei bambini, c’ero io. Con i miei occhiali a fondo di bottiglia e un bell’occlusore piantato sull’occhio sinistro. Ma si è mai vista la fata turchina con la benda da pirata? Ma andiamo! E come mi vergognavo mentre scattavano la foto. Già mi sentivo diversa per il fatto di doverlo portare anche all’asilo, con tutti i bambini che mi guardavano come se fossi un’aliena e mi prendevano in giro. Ma almeno la foto di gruppo stile Jack Sparrow non potevano evitarmela? Va bé, è andata così.

Comunque, questa sensazione di imbarazzo e di voglia di scappare mi è rimasta. E, finché potrò, eviterò di passare nel caos dei carri allegorici e della pazzia del carnevale. Poi, quando sarà il momento, di certo farò la mamma come si deve e porterò le bambine a festeggiare, debitamente vestite come più vorranno. Fino ad allora, però, a carnevale ogni fuga vale.

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