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Il supermercato dei bambini

Leggo un articolo che mi lascia scioccata. Il titolo parla di utero in affitto, il resto è follia pura. La storia è quella di una coppia eterosessuale australiana, non si sa che problemi abbiano, né se abbiano tentato la strada della fecondazione assistita o quella dell’adozione. Entrambe irte di ostacoli, problemi, iter lunghissimi da percorrere, iter sfiancanti. Ripeto, non si conoscono gli antecedenti. Quello che l’articolo riporta è che la coppia si affida, per soddisfare la voglia smodata di diventare genitori, genitori a tutti i costi è il caso di dirlo, ad un utero in affitto. Una pratica, a mio personalissimo parere, davvero aberrante. Pagano una ventunenne thailandese affinché faccia da veicolo trasportatore del loro figlio (o figli). Sì, perché si scopre che la mamma surrogata è in attesa di due gemelli, un maschio e una femmina. E non la pagano poco. Per la giovane donna in questione (Janbua, con gravi difficoltà economiche, dicono) 12.000 € sono una manna dal cielo. Un investimento notevole. Una cifra che lei, mai e poi mai col suo lavoro riuscirà a raggiungere tanto “facilmente”. Anche se di facile in 9 mesi di gravidanza, con tutti i problemi che possono insorgere, con le paure di perdere i bambini, con le ansie legate ad ogni singolo controllo ecografico non c’è proprio nulla, ma tant’è. Comunque, arriva il momento del parto e

Gammy, a baby born with Down's Syndrome, is held by his surrogate mother in Chonburi province
Janbua e il piccolo Gammy

Janbua dà alla luce i due gemellini, un maschietto e una femminuccia. Ma qualcosa “va storto”. Il gemellino è affetto da Sindrome di Down. Un “intoppo” che i neo-genitori australiani non vogliono prendere in considerazione. Un “disguido” che, accidenti al caso e alla fatalità, non vogliono dover risolvere. E allora che fanno, i neo-genitori australiani? Semplice, decidono di portare a casa solo la bambina. Solo la neonata perfetta. Solo la bambina sana. Lasciando il gemellino affetto da Sindrome di Down sul bancone del supermercato. Affibbiandolo alla mamma surrogata. Che ne faccia quello che vuole.

Beh, mi pare logico: se per mettere al mondo un figlio o due, poco importa, compri il tempo, la salute, la vita di una giovane donna, se un figlio o due li compri, nel momento in cui il prodotto presenta dei difetti di fabbricazione che fai? Ovvio, lo rispedisci al mittente. Chiedi forse anche un risarcimento. Un rimborso per lo scherzo che il destino ti ha fatto. Alla donna che, pur essendo stata pagata con soldi buoni, non è stata in grado di fornire un prodotto completo e integro, privo di difetti di fabbricazione.

Ma la cosa ancora più aberrante in tutta questa patetica storia è che la coppia australiana, al momento della diagnosi degli esami di controllo intorno al quinto mese, quando avevano scoperto che uno dei due feti era imperfetto, aveva chiesto alla giovane di abortire. Janbua, di fede buddista, aveva fermamente rifiutato. E così, mi immagino la coppia mentre la ammonisce dicendo: se questo figlio lo fai nascere, te lo tieni tu. Noi prendiamo solo la merce buona, non quella avariata. Janbua ora si trova a lottare per mantenere due figli suoi e il piccolo Gammy, un bambino speciale con un cromosoma in più. Le spese sono tante, anche in considerazione del fatto che il bimbo soffre anche di una patologia cardiaca che richiede un intervento chirurgico. Con costi elevati. E’ stata lanciata una campagna a sostegno delle cure per il piccolo Gammy, che ha già raccolto fondi per oltre 67.000 €. A riprova che nel mondo c’è tanta immondizia umana, che proviene da qualsiasi parte del globo. Ma c’è anche tanta solidarietà, per fortuna.

La giovane mamma, Janbua, ha recentemente lanciato un appello alle sue conterranee: “Vorrei dire alle donne thailandesi: non infilatevi nel mercato delle madri surrogate. Non pensate soltanto ai soldi… Se qualcosa va storto nessuno ci aiuterà e il bambino sarà abbandonato dalla società, e dovremo assumercene la responsabilità”.

E sì, perché il supermercato dei bambini può anche portare a storie come questa. Che non definirei a lieto fine, nonostante il piccolo Gammy abbia chi si prende cura di lui. Considerando anche il fatto che dall’altra parte del mondo, una bambina (il cui nome non è dato conoscere) non conoscerà mai il fratello gemello. Un fratello con cui ha condiviso nove mesi in simbiosi. Un fratello che sentirà sempre che qualcosa, nella sua vita, gli manca. Così come lo percepirà lei. O magari no, visti i genitori da cui sarà educata.

La storia di Gammy, comunque e per concludere, non è un episodio isolato. Ogni giorno capita, in tutto il mondo che ruota attorno al supermercato dei bambini, che la coppia acquirente decida di lasciar dietro di sé il neonato imperfetto. Con tutto ciò che questo comporta.

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