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Quattro chiacchiere con June Davis, autrice di A Song in the Dark

Ricevo una richiesta di recensione di un libro di poesie dall’ufficio stampa di June Davis. La mail arriva da Indianapolis e  ciò che mi incuriosisce di più è l’oggetto della comunicazione: “Turning lemons into lemonades” che suona un pò come “trasformare il buio in luce”, se mi permettete la licenza poetica. L’autrice è una donna speciale che racconta, sotto forma di poesie, il suo percorso di migrante, la sua carriera lavorativa di infermiera, la sua profonda, sentita fede, le innumerevoli perdite che hanno punteggiato la sua vita. A partire dalla perdita del padre, quando lei aveva solo due anni ed era appena approdata in un continente non suo, subito seguito dalla madre, fino alla morte del figlio, scomparso ad appena 18 anni. June Davis ha compiuto un percorso interiore di dolore e rinascita, accompagnata dalla sua incrollabile fede e dall’elaborazione consapevole e serena dei lutti che l’hanno colpita.

Friday - A Song in the Dark 3
June Davis alla presentazione del suo libro a Los Angeles, città in cui vive

A song in The Dark è una raccolta di poesie che incoraggia ogni singolo lettore a passare oltre il dolore e la paura, per rinascere nella serenità. La prosa è semplice, senza troppe pretese, pulita e lineare. Lo scopo di questo libro, come sostiene l’autrice stessa, è quello di “dare sollievo e portare un pò di pace nei cuori e nelle esistenze di coloro che soffrono”.

Scopriamo insieme qualcosa di più circa June Davis, tramite le sue stesse parole.

Annalisa: Signora Davis, qual è lo scopo di questo libro? Pensa che i lettori possano trovare nelle sue poesie un modo per andare oltre le loro esperienze negative?
June Davis: In qualità di esseri spirituali che fanno esperienza della condizione umana, dobbiamo seguire l’etica della reciprocità che recita “non fare al tuo vicino quello che ti offenderebbe se fatto da lui”. Bisogna vivere nel modo corretto, non importa ciò che ci accade o ciò che ci è accaduto. Alla fine, tutto andrà per il meglio. Credo che i miei lettori potranno trovare ispirazione nelle mie poesie. Ma soprattutto potranno trovare forza nel credere fortemente nel Creatore, nel perdonare loro stessi e gli altri, nel vivere nel presente e nel dimenticare il passato. Bisogna sempre imparare dal passato e passare oltre.
Annalisa: Il suo libro sarà tradotto anche in italiano? Se sì, quando sarà disponibile la versione tradotta?
June Davis: Sì, il libro sarà tradotto anche in italiano, non appena riuscirò a consultarmi con l’Editore. Al momento non sono tuttavia in grado di fornire una data precisa.
Annalisa: Lei ha menzionato spesso, nel suo libro, che suo figlio è morto all’età di 18 anni. Che cosa gli è accaduto? Cosa si sentirebbe di dire alle madri che stanno soffrendo per la perdita di un figlio in così giovane età?
June Davis: Sì, purtroppo è così. E per me è ancora un mistero cosa accadde quel 25 dicembre del 2006. Alle madri che stanno vivendo questo enorme dolore direi che se hanno fatto del loro meglio per educare i loro figli, ma in qualche modo hanno fallito, non devono comunque mollare. Mai. Devono continuare a fare tutto il meglio che è nelle loro possibilità. Ricordate la gravidanza. Ricordate la nascita. Ricordate i primi sorrisi, le prime parole, il primo giorno di scuola. Io ricordo tutto ciò, la prima lezione di pianoforte, l’esperienza musicale con la tromba all’asilo, le risate che suscitava la sua imitazione di Louis Armstrong. E ancora le nuotate, le canzoni, i trofei vinti. La sua vita, ricordo, fino ai giorni del college e la sua prematura scomparsa. La sua breve esistenza ha purtuttavia lasciato una significativa eredità di ricordi in coloro i quali l’hanno conosciuto.
Annalisa: Perché ha scelto di intitolare il suo libro “Una canzone del Buio”? Qual è la metafora dietro il titolo?
June Davis: Perché è stata la prima raccolta di poesie che ho scritto e mi è parso appropriato. La metafora è che un uccello canta perché ha una canzone da cantare, non perché può cantare. A prescindere dal nostro dolore, dobbiamo continuare a cantare nei nostri cuori, perché questo è il loro scopo.
Annalisa: Ha contatti con la sua famiglia d’origine? Se no, perché? Vivono molto distanti da lei?
June Davis: Sì, ho contatti e alcuni di loro vivono nel mio Paese d’origine, nelle Indie Occidentali. Le differenze culturali giocano un ruolo fondamentale nella comprensione di ognuno di noi. E’ importante per me rispettarli, sempre e comunque. Non importano i retroscena, non importa il background. Il 99% di loro vive lontanissimo da me, la maggior parte nel mio Paese d’origine, appunto.
Annalisa: Ha in progetto di scrivere un altro libro di poesie? Se sì, quale sarà il tema che affronterà? Sarà simile a questo oppure esplorerà tematiche totalmente differenti?
June Davis: Sì, ho in programma di scriverne un altro. Questo però sarà più in rima baciata e ritmico. Inoltre, ho appena scritto un sonetto. Scrivo praticamente tutti i giorni e, mentre lo faccio, apprezzo sempre più il potere di sintesi della poesia. Adoro esplorare tematiche quali la natura e l’ambiente, la spiritualità e le esperienze che pervadono la natura e la vita dell’uomo.
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