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Ho un vortice di emozioni che mi scuote

Dalla rabbia alla frustrazione, dalla paura alla totale assenza di sentimenti. Sì, mi sento così, in questi giorni. Ed è tremendo. Non so se potete capirmi, ma da che Beppe è tornato alla casa del Padre il mio cuore non sente, non vede e non percepisce più nulla. A tratti sento un peso schiacciante sul petto, una sensazione di soffocamento. A tratti, invece, non provo assolutamente niente. Vegeto, diciamo. Se a ciò si aggiunge l’ennesimo ricovero della nonna-bis, beh, che dire, il vortice prende una piega davvero triste.

pallonciniSto riguardando le foto, in questi giorni. Ho provato anche a rivedere l’ultimo video fatto a mio zio, con conseguenze disastrose: è come tirare su una diga che argina un fiume in piena. Bastano pochi, pochissimi centimetri, è il dolore dilaga come uno tsunami. Distruttivo e impossibile da riarginare. E allora che faccio? Chiudo tutto, nei cassetti più lontani della mente e del cuore. Sperando che rimangano lì, i ricordi, assopiti e sonnacchiosi. E che non tornino indietro a chiedermi di pagare loro il conto. Non so se questo è il modo migliore di affrontare la cosa. Ma è l’unico modo utile che conosco. Non ho mai amato ignorare i problemi. Li ho sempre affrontati, di petto, a testa alta, buttandomi nella mischia della tristezza e dell’ansia. Questa volta no, non ce la faccio. Preferisco una vita anestetizzata, ora, a tutto il resto.

Posso dire grazie a due personcine, però, che mi stanno aiutando davvero molto: le mie figlie. Occuparmi di loro, dover mantenere un profilo sempre allegro e partecipe, aver sempre un’incombenza nuova di cui prendermi cura è un modo come un altro per andare avanti. Perché la vita, purtroppo, è anche questo: andare avanti, nonostante tutto. Andare avanti anche quando vorresti solo dormire, dormire, dormire. Non sognare, ché gli incubi sono dietro l’angolo. Non mangiare, ché ti sei già sfamato abbastanza di tristezza. Non riprendere con l’abituale routine, ché l’oblio è più dolce e più bello.

Poi, però, ti rendi conto di quanto il concetto di panta rei sia vero nella sua banalità. E allora riprendi a lavorare, a sorridere, a mangiare, a dormire coi tuoi incubi e le tue paure. Ci convivi e le affronti, come hai sempre fatto e come continuerai a fare. Dicono che sono una persona forte e che non posso lasciarmi andare. Beh, lasciate che ve lo dica, sono stanca di essere forte. Sono stanca di fare da bastone di sostegno. Sono stanca di non riuscire a versare tutte le lacrime che aspettano solo di essere lasciate libere. Poi, però, guardo le mie piccole Ludovica e Veronica e penso che in fin dei conti devo continuare a essere la persona che ci sia aspetta che sia. Se non lo faccio per me, devo senza alcun dubbio farlo per loro.

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