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Perché il piemontese si distingue. E non è facile capirlo.

et_veuli_che_t_la_conta
Tradotto: vuoi che te la racconti?

Ho avuto la fortuna di trascorrere moltissimo tempo con i miei nonni. Le mie nonne parlavano indifferentemente italiano e piemontese (quella paterna, ogni tanto, commetteva qualche scivolone, ma poco importa). Il mio nonno paterno, invece, parlava piemontese alla grande, mentre l’italiano era un po’ una sorta di lingua diplomatica, da usare solo in determinate occasioni. Non che non lo parlasse, per carità, ma preferiva il dialetto. Io, ahimè, nonostante lo capisca benissimo, non l’ho mai parlato.

Ci sono alcune espressioni piemontesi che, per chi non conosce il dialetto, suonano strane e bizzarre, soprattutto se vengono italianizzate. Eccone qui alcune che adoro e che ben rappresentano il concetto.

  • per i piemontesi i bambini non si partoriscono, si comprano
  • lavi i pavimenti? Non usi la candeggina, ma la conegrina
  • L’insalata si mangia nel “grilletto”
  • Se vuoi mandare a quel paese qualcuno, con eleganza, gli dici di “andare a comprarsi un casù (mestolo)”
  • i piloni degli edifici si chiamano piglie
  • lo chignon è il puciu
  • la quercia ha un doppio significato: può essere una pianta o il coperchio di una pentola
  • se vuoi poco di qualcosa, non dici un pezzettino, ma una scheggia
  • le streghe non si chiamano streghe, ma masche
  • un bambino o una bambina in carne non sono cicciottelli, ma teffi (da leggersi senza pronunciare la e)
  • una persona sciocca è un gadan o un balengu
  • gli ebeti sono beté
  • in ufficio ci si porta il barachin
  • i soprammobili, soprattutto se se ne hanno tanti, si chiamano ciapa-puer (letteralmente, acchiappa-polvere)
  • quando studi, a qualsiasi livello tu sia, i nonni ti chiedono sempre se hai fatto “i compiti e le lezioni”
  • una persona rozza si definisce patelavache (tradotto, uno che picchia le mucche)
  • la cacca si chiama büsa
  • chi se la tira viene definito blagheur, ma vuole anche dire mettersi in mostra
  • le tagliatelle si chiamano tajar (e per favore, leggete la j come se fosse una i)
  • quando guardi la televisione dici che ne “guardi un pezzo”
  • le storie non si raccontano, si contano

Ovviamente, ce ne sono molte altre, ma per il momento mi fermo qui. Metabolizzate! 🙂

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