noi donne e mamme

Noi che eravamo adolescenti negli anni ’90

C’è sempre un momento in cui, nonostante non sia tempo di bilanci, ti volti indietro e ricordi com’eri, cosa facevi, come ti divertivi. E paragoni la tua vita di allora con quella di chi è giovane oggi. Ti sembra impossibile che le cose siano cambiate così velocemente e che alcune cose che per te, che eri giovane/piccola negli anni ’90, erano scontate, divertenti e addirittura incredibili, per chi è giovane/piccolo adesso sembrano reperti dell’antica preistoria. Le Gem sanno già usare (da un bel po’) smartphone e tablet. Le piccole dita scorrono lo schermo veloci e sicure, come se non avessero fatto altro già ben prima di nascere.

Io mi ricordo quando uscirono i primi touch-screen (che per inciso davano appena la possibilità di ingrandire le immagini e poco più): cercavo di usarli con disinvoltura, ma ero più imbranata di una foca. Ma come me, lo erano quasi tutti.

Non solo telefonia, però, ma tante altre cose mi ricordano la mia adolescenza. Un periodo vissuto tra mille no e qualche sì, col piede che cercava sempre di stare sull’acceleratore e i rapporti personali che erano veri e, soprattutto, ti coinvolgevano necessariamente in un faccia a faccia inevitabile.

Noi che eravamo adolescenti negli anni ’90, non avevamo il cellulare. Se volevi chiamare qualcuno, dovevi per forza usare il telefono di casa. Io lo tenevo occupato quel tanto che serviva per rivivere, con la mia migliore amica dell’epoca, tutta la giornata a scuola. Era un modo per decomprimere, anche. Se, poi, il telefono di casa ti veniva negato (o volevi avere un po’ di privacy in più), allora ti recavi alla cabina del telefono, sperando di avere gettoni abbastanza per le solite telefonate fiume. Gelide d’inverno e roventi in estate, i cubicoli della Telecom erano la nostra salvezza. Chissà quante ne hanno sentite, nel corso degli anni…

Noi che eravamo adolescenti negli anni ’90, ci mettevamo d’accordo su orari e luoghi di appuntamenti in classe o appena fuori dalla scuola. E dovevamo ricordarci ogni particolare, perché dei gruppi whatsapp, all’epoca, non ci sognavamo né il nome né le potenzialità. Se per caso ti dimenticavi di qualcosa l’unica soluzione era chiamare sul telefono di casa qualcuno. Oppure richiedere dettagli il giorno dopo, a scuola.

Noi che eravamo adolescenti negli anni ’90, quando andavamo in vacanza e volevamo conservarne dei ricordi, andavamo a comprare i rullini fotografici (da 36, come alcune compresse in farmacia). Le foto si scattavano con parsimonia e, soprattutto, non c’era mai la certezza che venissero bene. Niente photoshop né filtri né ritocchi. Come venivano, venivano. Scoprivi solo dopo se, per puro caso, avevi scattato una foto da Premio Pulitzer (rarissimo…) o se, più facilmente, avevi tagliato teste, gambe, braccia delle persone immortalate, perché il panorama dovevi farcelo stare tutto a forza nell’immagine, a discapito dei protagonisti del viaggio. E se, come spesso può accadere, qualcuno veniva fuori con la bocca storta, gli occhi chiusi o un po’ mosso, non c’era proprio niente che potessi fare. Ma, sopra ogni cosa, dei rullini fotografici ricordo che si aveva una sorta di abbuono sul numero effettivo degli scatti. Quindi, dopo la 24esima foto, si continuava a scattare sperando che le foto fatte sarebbero poi state effettivamente realizzate.

Noi che eravamo adolescenti negli anni ’90, di politica non capivamo quasi niente e ci andava bene così. Avevamo ideali e tanto ci bastava.

Noi che eravamo adolescenti negli anni ’90, siamo cresciuti con nomi come Eltsin, Jeffrey Dahmer, Saddam Hussein, Kuwait e Iraq. Ma anche con eventi di portata storica come la caduta del muro di Berlino, il Nobel a Gorbaciov e l’elezione di Nelson Mandela a vice presidente del Congresso Nazionale Africano. E potrei andare avanti così ancora con molti altri esempi di portata planetaria.

Noi che eravamo adolescenti negli anni ’90, abbiamo vissuto i mondiali di calcio Italia ’90 sulle note di “Un’estate italiana”, convinti che la nostra squadra avrebbe vinto sicuramente. E poi è andata come sappiamo e i tedeschi si sono messi di mezzo un’altra volta,

Io che ero adolescente negli anni ’90, proprio quell’estate aspettavo che arrivasse un nuovo cuginetto (che si sarebbe poi chiamato Alessandro) e volevo assolutamente che mia zia lo chiamasse Nicola (in onore di Berti, controcampista della nazionale, di cui ero innamorata all’epoca). Perché noi, negli anni ’90 eravamo così: avevamo meno, ma ci divertivamo molto di più. E soprattutto lo facevamo insieme, senza schermi di mezzo.

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Come proteggere i propri bimbi dal freddo

Siamo mamma italiane, questa è la premessa da fare. Per noi il freddo non è semplice freddo, ma gelo siberiano. Così come il caldo non è semplice caldo, ma canicola africana. Ciò detto, sebbene io faccia parte delle genitrici che guardano con ammirazione ai popoli del Nord (come Finlandia, Svezia, Norvegia, ecc.) dove i bambini vivono la maggior parte del loro tempo libero fuori casa, vestiti sì, ma non bardati come spedizionieri in marcia verso il Polo Nord, tuttavia mi ritrovo con due nonne che hanno sempre il terrore che le nipoti “prendano freddo”.

E che, per un soffio di vento, “si ammalino”. La gola deve essere coperta, la canottiera dovrebbe essere sempre indossata (anche in pieno agosto, con 40° all’ombra), le canottierine smanicate sono ammesse solo in rare occasioni e mai quando fuori ci sono meno di 28°.

Il freddo, di per sé, non fa male. Anzi, fortifica. Ma soprattutto, bambini ben vestiti, ma non in modo eccessivo, possono comunque godersi gli spazi all’aria aperta, con ampia libertà di movimento e la giusta copertura.

Ecco, quindi, una mini-guida dei capi da inserire nell’armadio, per sopravvivere alle rigidità invernali (e alle invettive dei nonni).

Il piumino caldo, ma leggero, di Sarabanda
Perfetto da usare tutti i giorni, ma con un guizzo elegante regalato dalla cintura in vita con fiocco, il piumino è in nylon, imbottito con ovatta, anti-goccia, foderato con morbida e caldissima eco-pelliccia. Anche il cappuccio, che si può staccare, è foderato in eco-pelliccia. Sotto, quindi, basta mettere una maglia in caldo cotone, senza aggiungere altri capi. Disponibile in due colori. Costo: 85,90 €.

Le magliette in caldo cotone di Mayoral
Pratiche, comode, calde e carinissime, le magliette del brand spagnolo sono tra le più amate dalle mamme. Quasi indistruttibili (e se ve lo dico io che ho a che fare con Attila e sua sorella, credeteci!), tengono benissimo i lavaggi sia come brillantezza dei colori che come stato del tessuto. Disponibili diversi colori. Costo: 18,95 € quella coi palloncini, 12,99 € quella con la stella.

I pantaloni felpati di Kiabi
Perfetti per uscire, ma anche per giocare in casa o per la scuola… insomma, vanno bene ovunque! Questi pantaloni, di cotone e viscosa, sono felpati all’interno (non garzati), hanno un comodo elastico in vita e una stella glam applicata sul davanti. Insomma, caldi sì, ma con stile. Costo: 6 €.

Le calze coccolose di Calzedonia
Che siano corte (quelle che preferisco) o lunghe, poco importa. Perché Calzedonia ha la soluzione carina, comoda e colorata per tutte le bimbe. Tanti i design proposti e le fantasia proposte e, con la consueta promozione prendi 5 paghi 4, il quinto paio è in regalo. Costo: 2,95 € il paio.

Gli stivaletti anti-freddo di Geox
Traspirante, caldo e con punta e talloni rinforzati, questi stivaletti sono perfetti per correre, giocare, camminare, senza rischi di cadute (la suola, in gomma, è antiscivolo). Rivestiti in calda fodera, proteggono dalle temperature rigide dell’inverno. Costo: da 79,90 €.

I cappelli, i guanti e le sciarpine di OVS
Cappello a cuffia con applicazioni glitter e motivo a orsetto, guanti modello mezze dita con motivo a panda e sciarpa coordinata al cappello. Caldissimi accessori, carini e pratici. Costo: 5,99 € sia il cappello che i guanti, 6,99 € la sciarpa.

 

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#Resilienza: ovvero dell’imparare a stringere i denti.

resilienzaIn certe occasioni mi sono sentita come un bambù. Avete presente, no, quella pianta che è capace di piegarsi fino all’inverosimile, ma senza spezzarsi? Ecco, a me è capitato svariate volte. Lì per lì non mi rendevo conto di poter raggiungere un angolo ancora più ampio. Anzi, ero convinta che mi sarei spezzata, ridotta in  mille piccoli pezzi.

E invece la forza che c’è dentro ognuno di noi è straordinaria. E dà soddisfazioni inimmaginabili, soprattutto quando ti volti indietro e vedi cosa sei stato in grado di fare.

Avete presente quando tutti (quasi tutti, dai) ti danno dell’inetta, sostenendo che non sai fare nulla, che sei solo un peso, che non meriti nemmeno più quella blanda attenzione che si dedica anche, che so, a un cane per strada? Se non avete presente, tanto meglio per voi. Se invece vi è già capitato, allora potete capire lo stato di prostrazione in cui ci si può trovare. E’ come immergersi nella pece più densa e nera ed essere convinti, convintissimi, di non riuscire ad uscirne mai più. Ma soprattutto ci si convince davvero di essere degli idiota e di non sapere fare nulla.

Poi la vita ti sorprende, dandoti una seconda (o terza, o quarta) opportunità, e scopri che risalire in superficie e scansare i piedi che spingevano per farti affogare non è poi così impossibile.

E’ così che ho scoperto il vero significato di #resilienza. Le potenzialità per resistere, nonostante tutto, sono dentro ognuno di noi. Basta solo respirare a fondo, piangere tutte le lacrime possibili e poi chiudere la porta in faccia a chi ci vuole male.

Il percorso è lungo, difficile e altrettanto doloroso, ma si può fare.

 

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Le donne e lo stress

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha detto “sono stressata”. Sono sicura che siamo in tante, vero? Bene, siamo tutte in buona compagnia. Secondo un sondaggio le donne italiane sono le più stressate d’Europa.
Multitasking Stressed Business Woman in Office Work Place. Vector illustrationDati alla mano, la ricerca ci informa che il 59% delle donne tra i 18 e i 60 anni manifestano uno o più sintomi di stress (come, per esempio, caduta libera dell’attenzione, insonnia, sbalzi d’umore).
Stress che è legato alla mancanza di tempo per sé, alle troppe incombenze da gestire (lavoro, casa, figli…). Lo stesso sondaggio rivela che in Francia la percentuale è del 51%, mentre in Germania le donne stressate raggiungono il 44% delle intervistate.
Le donne italiane più stressate? Le manager e le professioniste (45%).
Una soluzione, però, sembrerebbe esserci. Ed è quella di affidarsi (e sapersi organizzare) alle famigerate To Do List, ovvero il classico elenco delle cose da fare.
Viviana Grunert, cofondatrice della Bruno Editore, ha fatto un intervento interessante, nel quale ha affermato che coniugare lavoro, vita privata, casa e figli sta diventando una sorta di lavoro nel lavoro, qualcosa di sempre più difficile, anche a fronte del crescente impegno a livello occupazionale delle donne.
Incarichi impegnativi, reti relazionali, sport, hobby e molto altro ancora punteggiano la vita e la quotidianità di noi donne. Secondo la Grunert, però, conciliare tutto è possibile. Proprio grazie alle To Do List, che permettono di organizzarsi, scandendo in modo preciso gli impegni della giornata.
Sulla sua boutique online VGFlowerStudio (http://boutique.vivianagrunert.it), Viviana mette a disposizione le Flower ToDo List, proprio quelle che usa lei e che, dice, l’hanno aiutata a non impazzire. Ed è così che, una semplice lista, permette di gestire la spesa, i viaggi, i progetti e tutto ciò che riempie le nostre giornate infinite.
Non so quanto possa funzionare per me. Voi cosa ne pensate?
Io ci ho provato, più e più volte, ad aiutarmi con tracce di ogni genere, una su tutte quella relativa alle spese di casa… Ad un certo punto, usavo talmente tanti quadernetti che avevo perso il filo e dovevo ricominciare tutto daccapo.
Per non parlare dei post-it. Era tutto un appiccicare annotazioni, cose da ricordare, cose da fare, ovunque, tanto che ad un certo punto mi sembrava di essere in un negozio di cartoleria. Un disastro.
Il principio che sta dietro alla To Do List è ottimo e utilissimo, ma quando hai due gemelle che ti scorrazzano intorno (o dei figli, ovviamente), che richiedono la tua attenzione, che ti si aggrappano al braccio mentre tu tenti, invano, di scrivere cose sensate in un italiano comprensibile, allora abbandoni anche il proposito della lista delle cose da fare.
Chi vivrà vedrà e Dio provvederà. Alla faccia dello stress.